Guerra in Iran: cosa succederebbe se non finisse in fretta? Scenari per petrolio, inflazione e mercati
La reazione dei mercati all’escalation in Iran è stata, finora, sorprendentemente misurata. Un po’ di petrolio in rialzo, un po’ di azionario in calo, il dollaro che si riprende il ruolo di bene rifugio. Ma nulla che somigli al panico. Perché? La spiegazione più diffusa tra gli operatori di Wall Street è che tutti, o quasi, danno per scontato che il conflitto sarà di breve durata, una scaramuccia destinata a risolversi in poche settimane, con ripercussioni minime sull’economia globale.
Ma è solo un’ipotesi. E se la guerra dovesse durare mesi? Gli analisti iniziano a interrogarsi su uno scenario alternativo, quello di un conflitto prolungato, con conseguenze ben più profonde per i mercati energetici, l’inflazione e le scelte delle banche centrali.
Lo scenario di base: tutti scommettono su una rapida risoluzione
Al momento, la maggior parte degli osservatori prevede che le ostilità si esauriranno in tempi brevi. L’anno scorso, quando Israele e Iran si erano già scontrati, il conflitto era durato appena 12 giorni, con i prezzi del petrolio che avevano rapidamente ritracciato dopo il cessate il fuoco.
Oggi, il Brent viaggia intorno agli 84 dollari al barile, in rialzo del 15% rispetto alla settimana precedente, ma ancora lontano dai picchi di 114 dollari toccati dopo l’invasione russa dell’Ucraina. I rendimenti dei Treasury a 10 anni sono saliti dal 4,00% al 4,11%, un movimento significativo ma non drammatico. “Sarà una situazione temporanea e limitata”, sintetizza Paul Christopher, head of Global Investment Strategy di Wells Fargo Investment Institute, prevedendo una risoluzione in poche settimane. “Si tratta di un problema di volatilità, non di approvvigionamento”.
Ma non tutti sono così fiduciosi. Il presidente Donald Trump, in un post sui social media, ha accennato a scenari diversi, parlando di scorte di munizioni “praticamente illimitate” e della possibilità che “le guerre possano essere combattute per sempre”. Un’ipotesi che gli analisti sono costretti a prendere in considerazione.
Se la guerra si allunga: petrolio oltre 100 dollari
Lo scenario di un conflitto prolungato si concentra su un punto critico: lo Stretto di Hormuz. Da quel passaggio obbligato transita circa un quinto della produzione globale di petrolio e un quinto del gas naturale liquefatto. Se le ostilità dovessero bloccare o anche solo rallentare il traffico per settimane o mesi, le conseguenze sarebbero immediate.
Secondo gli analisti di Goldman Sachs, un picco temporaneo del petrolio a 100 dollari al barile potrebbe ridurre la crescita globale di 0,4 punti percentuali e aumentare l’inflazione globale di 0,7 punti. Stime simili arrivano da Wood Mackenzie, secondo cui i prezzi potrebbero salire “ben oltre i 100 dollari” se i flussi via Hormuz non venissero ripristinati rapidamente .
Lucas White, lead portfolio manager di GMO, è cauto ma esplicito: “Se questa situazione dovesse protrarsi per settimane o mesi, non è possibile interrompere il 20-30% del trasporto marittimo mondiale di petrolio senza provocare una reazione significativa. Non mi sorprenderebbe vedere il petrolio superare i 100 dollari se questa situazione dovesse protrarsi per un po’ di tempo”.
Inflazione e consumi: l’effetto valanga
Un rincaro prolungato del petrolio non si fermerebbe al benzinaio. Come spiega Shannon Saccocia, chief investment officer di Neuberger Berman, esiste una correlazione diretta tra prezzi dell’energia, inflazione e crescita economica. “Un livello sostenuto di prezzi energetici più elevati si rifletterà evidentemente anche sui prezzi dei beni e dei servizi”, osserva. Le stime di Morgan Stanley quantificano l’impatto: un aumento del 10% del petrolio da shock di offerta può far salire i prezzi al consumo USA dello 0,35% nei tre mesi successivi .
E i consumi ne risentono, ma con un ritardo. “La nostra analisi mostra che i consumi reali iniziano a diminuire due o tre mesi dopo lo shock dei prezzi e possono rimanere depressi per altri cinque o sei mesi”, aggiunge Sarah Wolfe, strategist di Morgan Stanley. L’entità del danno dipende dalla durata e dalla persistenza dei prezzi alti.
Per l’Europa, il quadro è ancora più preoccupante. Raphael Olszyna-Marzys, international economist di J. Safra Sarasin, avverte che nel peggiore degli scenari, con petrolio stabilmente sopra i 100 dollari, l’inflazione europea potrebbe aumentare di oltre 2 punti percentuali, spingendo molte economie in recessione. L’istituto di ricerca ING ricorda che, a differenza del 2022, oggi i governi europei hanno meno spazio fiscale per assorbire gli aumenti dei costi energetici .
La Fed nel dilemma: crescita o inflazione?
Uno shock energetico prolungato metterebbe le banche centrali di fronte a un bivio. Da un lato, la necessità di contrastare l’inflazione. Dall’altro, il rischio di soffocare una crescita già indebolita.
“Con gli eventi geopolitici di cui abbiamo parlato, ho bisogno di vedere. Dobbiamo ottenere molti più dati”, ha dichiarato Neel Kashkari, presidente della Fed di Minneapolis, mettendo in dubbio la necessità di tagli dei tassi nel 2026. Un cambio di rotta rispetto a poche settimane fa, quando il mercato scontava due o tre riduzioni entro fine anno.
Secondo Morgan Stanley, la Fed probabilmente eviterà mosse brusche, optando per piccoli aggiustamenti o pause, in attesa di capire l’evoluzione dei dati. Ma se lo shock dovesse rivelarsi persistente, “i semi dell’inflazione rimangono nell’economia statunitense”, avverte Don Rissmiller, chief economist di Strategas, e “le scelte politiche potrebbero essere molto più destabilizzanti”.
Gli ammortizzatori: scorte e produzione USA
Non tutto è perduto. L’economia globale oggi è meno dipendente dal petrolio rispetto al passato, e gli Stati Uniti sono il primo produttore mondiale. “Anche se i prezzi del petrolio aumentassero, negli Stati Uniti non entreremmo in recessione”, rassicura Christopher di Wells Fargo. “Produciamo petrolio a sufficienza per sostenere l’economia e questo attirerà molti investimenti”.
Inoltre, le scorte globali di petrolio sono abbondanti. Secondo Fitch Ratings, gli inventari mondiali alla fine del 2025 erano sufficienti a coprire un blocco totale dello Stretto di Hormuz per oltre 400 giorni. Un cuscinetto che, unito alla capacità produttiva inutilizzata dell’OPEC+, potrebbe limitare la durata e l’entità del rally del greggio.
Ma il rischio geopolitico resta. Come sottolinea Rick de los Reyes di T. Rowe Price, “se le perturbazioni sono di durata relativamente breve, la storia suggerisce che i picchi dei prezzi possono attenuarsi. Tuttavia, se la produzione o le esportazioni dovessero subire interruzioni prolungate, ciò equivarrebbe a un vero e proprio shock dell’offerta, con implicazioni per l’inflazione, le aspettative sui tassi e la crescita globale”.
Il punto, ancora una volta, è la durata. Se la guerra in Iran dovesse rivelarsi un fulmine a ciel sereno, i mercati potrebbero archiviare l’accaduto in poche settimane. Ma se si trasformasse in un conflitto di logoramento, le conseguenze per l’economia globale potrebbero essere molto più profonde e durature di quanto oggi si possa immaginare.
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