Pubblicato il 16 gennaio 2026 su Punti di vista sul mercato

Petrolio e Iran, la tensione sale ma il mercato resta freddo

Le tensioni in Iran tornano a scuotere il mercato del petrolio, riaccendendo i timori di un’escalation geopolitica in Medio Oriente e spingendo temporaneamente al rialzo le quotazioni del greggio. Tuttavia, secondo Norbert Rücker, head of Economics and Next Generation Research di Julius Baer, l’impatto degli eventi iraniani è destinato a rimanere circoscritto nel tempo. La visione della banca svizzera resta prudente: il mercato globale continua a essere caratterizzato da un surplus di offerta e da ampie capacità produttive inutilizzate, elementi che limitano la possibilità di rialzi duraturi dei prezzi.

Proteste interne e rischio geopolitico

Le proteste scoppiate a Teheran a fine dicembre 2025 hanno origine in una combinazione di crisi economica, svalutazione del rial e inflazione elevata, che ha eroso il potere d’acquisto della popolazione. In poche settimane le manifestazioni si sono estese a oltre 25 province, coinvolgendo studenti e lavoratori. La risposta delle forze di sicurezza è stata dura, con migliaia di morti e arresti secondo le organizzazioni per i diritti umani, oltre a blackout delle comunicazioni nelle aree più colpite. Il deterioramento della situazione interna ha attirato l’attenzione internazionale. Il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato interventi in caso di ulteriori repressioni, mentre da Teheran sono arrivate dichiarazioni aggressive contro le basi americane nella regione. Questo clima ha riacceso i timori per la sicurezza delle infrastrutture energetiche iraniane, contribuendo a spingere il prezzo del petrolio oltre i 65 dollari al barile.

L’Iran pesa più del Venezuela, ma non cambia l’equilibrio

Rispetto al Venezuela, anch’esso recentemente coinvolto in tensioni geopolitiche, l’Iran ha un peso maggiore sul mercato petrolifero. Le esportazioni di greggio iraniano superano infatti 1,5 milioni di barili al giorno, pari a circa l’1,5% dell’offerta globale. Una quota rilevante, che spiega la sensibilità dei mercati alle notizie provenienti dal Paese. Secondo Rücker, però, il contesto attuale è molto diverso rispetto al passato. Il mercato globale del petrolio è in surplus e i principali produttori mediorientali, Arabia Saudita compresa, dispongono di capacità inutilizzata sufficiente a compensare eventuali interruzioni temporanee dell’offerta iraniana.

Il ruolo degli Stati Uniti nel contenere i prezzi

Un ulteriore fattore di stabilizzazione arriva dagli Stati Uniti. In un anno segnato da importanti appuntamenti politici, l’amministrazione Trump è fortemente concentrata sul sostegno alla crescita e sul controllo dell’inflazione. I prezzi dell’energia rappresentano una variabile cruciale per i consumatori americani e per il consenso politico. In questo contesto, spiega Rücker, eventuali pressioni sull’Iran o azioni diplomatiche e militari sarebbero probabilmente accompagnate da misure volte a garantire la continuità dell’offerta globale di petrolio, riducendo il rischio di shock prolungati sui prezzi.

Sanzioni e mercato parallelo attenuano l’impatto

Anche sul fronte delle sanzioni, l’effetto sul petrolio appare limitato. Le misure più recenti annunciate contro i partner commerciali dell’Iran riguardano un ampio spettro di beni e non sono focalizzate esclusivamente sul greggio. Inoltre, il cosiddetto mercato parallelo consente a Teheran di collocare parte della produzione al di fuori dei circuiti occidentali, attenuando l’impatto delle restrizioni sui flussi globali. La recente risalita dei prezzi, aggiunge l’analista di Julius Baer, non è legata solo ai rischi geopolitici. Un ruolo importante è stato giocato anche da fattori tecnici, come il forte posizionamento ribassista degli hedge fund sul mercato dei futures, che ha favorito ricoperture rapide e movimenti al rialzo nel breve periodo.

La view di fondo resta invariata

Al netto delle tensioni, lo scenario strutturale non cambia. La geopolitica genera volatilità e rumore di breve periodo, ma difficilmente è in grado di modificare in modo duraturo l’equilibrio del mercato petrolifero. Secondo Julius Baer, né l’Iran né il Venezuela rappresentano oggi fattori sufficienti per sostenere prezzi stabilmente sopra i 65 dollari al barile o per innescare una nuova espansione significativa dello shale oil statunitense.
La previsione resta quindi confermata: nel corso del 2026 il petrolio dovrebbe muoversi intorno ai 50 dollari al barile, con possibili scostamenti temporanei legati all’evoluzione delle tensioni geopolitiche, ma senza un cambio strutturale del quadro di fondo.

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