Pubblicato il 25 settembre 2026 su Punti di vista sul mercato

Wall Street guarda alla Fed: il trentennale USA torna sui livelli del 2004

Sui mercati obbligazionari americani è tornata la tensione. I rendimenti dei titoli di Stato USA hanno ripreso a salire fino a toccare quote che non si vedevano da parecchi anni, spinti da un insieme di fattori che si stanno rafforzando a vicenda: la crescente probabilità di un nuovo giro di vite monetario da parte della Federal Reserve, un’economia americana che continua a sorprendere in positivo, il tono più aggressivo di alcuni membri del board della Fed e, non ultimo, un petrolio tornato a correre.

Il meccanismo, in fondo, è quello di sempre: più cresce l’attesa di tassi ufficiali più alti, più gli investitori vendono obbligazioni, e più i loro prezzi scendono, facendo salire per contrappasso i rendimenti. Quello a cui si sta assistendo in questi giorni è quindi una fotografia abbastanza chiara di come il mercato stia rivedendo, in tempo reale, le proprie ipotesi sul percorso futuro della politica monetaria statunitense.

Perché il mercato scommette su un altro rialzo

Il detonatore principale di questa nuova fase di vendite va cercato nelle attese sulla prossima mossa della Fed. Gli operatori stanno infatti alzando sensibilmente le probabilità di un nuovo aumento dei tassi già nella riunione di ottobre del Federal Open Market Committee: secondo lo strumento CME FedWatch, alla vigilia della seduta del 24 settembre questa probabilità superava il 75%, quando appena sette giorni prima si fermava attorno al 49%. Un salto significativo, che riflette soprattutto il cambio di passo dei dati economici statunitensi.

A settembre, infatti, l’indice PMI composito calcolato da S&P Global ha mostrato un’accelerazione tanto nei servizi quanto nel manifatturiero: il comparto dei servizi è arrivato a quota 58,7, un livello che non si registrava da quasi cinque anni, mentre quello manifatturiero ha toccato 56,7 punti, ai massimi da oltre quattro anni. Numeri di questo tipo hanno un doppio effetto: da un lato allontanano lo spettro di una brusca frenata dell’economia americana, dall’altro riaccendono i timori su un’inflazione che potrebbe faticare a rientrare. Ed è proprio questo secondo aspetto a interessare più da vicino la Fed, perché un’economia che tiene bene le permette, almeno in teoria, di mantenere più a lungo una politica monetaria restrittiva.

Le parole pesano quanto i dati

Alle statistiche macroeconomiche si sono aggiunte, quasi in parallelo, le dichiarazioni di alcuni membri della banca centrale, che hanno finito per rafforzare ulteriormente queste aspettative. Michael Barr, membro del Board of Governors, ha lasciato intendere che servirà probabilmente ancora qualche intervento di politica monetaria prima che l’inflazione torni stabilmente in linea con l’obiettivo. Sulla stessa lunghezza d’onda si è mosso John Williams, presidente della Fed di New York, secondo cui un ulteriore rialzo entro fine anno rientra tra gli scenari più ragionevoli.

Non è un caso, dunque, che gli analisti di Deutsche Bank individuino proprio nel combinato disposto di PMI più forti e petrolio in risalita il principale motore della vendita sui Treasury: due segnali che, letti insieme, disegnano lo scenario di un’economia ancora resiliente e, di conseguenza, di una Fed con meno urgenza di allentare la presa.

Il petrolio aggiunge pressione

A complicare ulteriormente le cose ci pensa il mercato dell’energia. Il Brent è balzato di circa il 2,8%, arrivando a 105,95 dollari al barile, mentre il WTI ha guadagnato circa il 2,2%, salendo a 94,40 dollari. Non si tratta di un dettaglio secondario: un petrolio più caro tende a trasferirsi, con il tempo, su diverse voci dei prezzi al consumo, rendendo più lento e incerto il percorso di rientro dell’inflazione. È proprio questa combinazione, tra un’economia solida e un’energia più costosa, a tenere con il fiato sospeso gli investitori: se la pressione sui prezzi dovesse consolidarsi, la Fed avrebbe ancora meno margine per invertire rotta rapidamente.

Un movimento che non riguarda solo gli Stati Uniti

Quello che sta succedendo sui Treasury non è un fenomeno isolato, ma si inserisce in un contesto di vendite più ampio che coinvolge i mercati obbligazionari di tutto il mondo. In Giappone, ad esempio, il rendimento del decennale governativo è salito di 8 punti base fino al 3,055%, toccando il livello più alto dall’agosto 1996. Anche nel Regno Unito e in Germania i rendimenti dei titoli di Stato sono saliti, con diverse scadenze arrivate su nuovi massimi pluriennali.

Il quadro che emerge è quello di una revisione generalizzata delle aspettative su tassi e inflazione nelle principali economie mondiali. Negli Stati Uniti, intanto, l’intera curva dei rendimenti racconta la stessa storia: il Treasury a un mese si attesta al 3,888%, quello a tre mesi al 4,148%, il sei mesi al 4,345%. Salendo lungo le scadenze, l’annuale rende il 4,482% e il biennale il 4,879%, mentre sulla parte più lunga il decennale arriva al 5,127% e il trentennale al 5,428%, il livello più alto dal 2004.


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