Venezuela e petrolio: arresto di Maduro e impatti sul mercato
L’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro rappresenta un evento di portata storica per uno dei Paesi più ricchi di petrolio al mondo e riporta al centro dell’attenzione internazionale il futuro delle maggiori riserve globali di greggio. Gli Stati Uniti, protagonisti diretti dell’operazione, si trovano ora in una posizione di forte influenza su un’area strategica per gli equilibri energetici mondiali, mentre i mercati cercano di capire quali potranno essere le conseguenze sull’offerta di petrolio.
Perché Maduro è stato arrestato
Il presidente venezuelano era da tempo nel mirino della giustizia statunitense. Già nel 2020 la Procura federale di New York aveva emesso un atto di accusa formale nei suoi confronti e contro altri esponenti del governo, con accuse che includevano traffico di droga, narco terrorismo e cospirazione per l’importazione di cocaina negli Stati Uniti.
All’inizio di gennaio 2026, le forze militari statunitensi hanno condotto un’operazione su larga scala a Caracas che ha portato alla cattura di Maduro e di sua moglie, successivamente trasferiti negli Stati Uniti. Washington ha giustificato l’intervento come un’azione necessaria per dare seguito alle accuse penali, ma l’operazione ha comportato anche bombardamenti e movimenti di truppe, suscitando critiche internazionali e timori per la stabilità regionale.
Il Venezuela e il peso delle sue riserve petrolifere
Dopo la cattura di Maduro, il presidente Donald Trump ha dichiarato l’intenzione di rilanciare l’industria petrolifera venezuelana attraverso il coinvolgimento delle grandi compagnie energetiche statunitensi. L’obiettivo è investire miliardi di dollari per ripristinare infrastrutture ormai obsolete e riportare il Paese a essere un produttore rilevante.
Il Venezuela detiene le maggiori riserve petrolifere provate al mondo, con oltre 303 miliardi di barili, pari a circa un quinto delle riserve globali. Una quota superiore a quella di Arabia Saudita, Iran e Kuwait, che evidenzia il ruolo strutturale del Paese nella geografia energetica mondiale. Tuttavia, gran parte di queste riserve è concentrata nella Fascia dell’Orinoco ed è composta da greggio pesante ed extra pesante, difficile da estrarre e costoso da raffinare.
Anni di sottoinvestimenti, sanzioni, isolamento finanziario e instabilità politica hanno compromesso il settore. La produzione è crollata dai circa 3,5 milioni di barili al giorno della fine degli anni Novanta a meno di 1 milione di barili al giorno, con esportazioni oggi stimate intorno a 550.000 barili. Una traiettoria simile a quella osservata in altri Paesi ricchi di risorse ma segnati da crisi prolungate.
Le compagnie petrolifere e il nodo degli investimenti
Al momento le grandi compagnie statunitensi mantengono un approccio prudente. Chevron, l’unica major USA ancora presente nel Paese tramite joint venture con la compagnia statale PDVSA, si limita a dichiarare il rispetto delle leggi e delle sanzioni in vigore. ConocoPhillips ed ExxonMobil osservano l’evoluzione politica senza sbilanciarsi su nuovi investimenti.
Secondo diversi analisti, qualora emergesse rapidamente un governo più stabile e favorevole agli investimenti occidentali, Chevron sarebbe la società meglio posizionata per espandere la propria presenza. Seguono alcune aziende europee già operative in Venezuela, come Eni e Repsol.
Chi controlla oggi il petrolio venezuelano
Formalmente il controllo delle risorse petrolifere resta in mano a PDVSA, la compagnia statale nata con la nazionalizzazione del settore negli anni Settanta. Sebbene partner stranieri russi, cinesi e occidentali partecipino a diversi progetti, la maggioranza resta pubblica. Questa struttura, unita all’incertezza politica, rende delicata la gestione delle esportazioni.
Nel breve periodo il rischio principale è operativo. Se non fosse chiaro chi detiene l’autorità, alcuni acquirenti potrebbero sospendere pagamenti o forniture, causando interruzioni temporanee delle esportazioni. A complicare il quadro contribuiscono anche le recenti sanzioni statunitensi contro la cosiddetta shadow fleet, utilizzata per aggirare le restrizioni internazionali.
Effetti sul mercato globale del petrolio
Secondo gli esperti, l’impatto immediato sui prezzi del petrolio dovrebbe restare contenuto. Chevron continuerebbe a esportare circa 150.000 barili al giorno, limitando le ripercussioni sull’offerta globale. Tuttavia, l’incertezza politica potrebbe aggiungere un premio di rischio di breve periodo, stimato attorno ai 3 dollari al barile.
Il mercato petrolifero globale appare al momento relativamente ben rifornito, con molti analisti che parlano di una fase di tendenza alla sovrapproduzione. Il vero nodo riguarda il medio e lungo periodo. Il greggio venezuelano, particolarmente apprezzato da alcune raffinerie complesse statunitensi, potrebbe tornare strategico solo in presenza di stabilità politica e ingenti investimenti.
Una ripresa lunga e costosa
Anche nello scenario più favorevole, una vera rinascita del settore petrolifero venezuelano richiederebbe tempo. Gli analisti stimano investimenti di almeno 10 miliardi di dollari all’anno per diversi anni solo per ripristinare le infrastrutture esistenti. Senza sicurezza interna e certezza giuridica, i grandi investitori difficilmente si esporranno.
Per questo motivo, più che un impatto immediato sui prezzi, la crisi venezuelana rappresenta soprattutto un fattore geopolitico di lungo periodo, capace di influenzare gli equilibri energetici globali negli anni a venire.
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