Tregua Usa-Iran, borse in rally. Ma i gestori: “Non siamo ancora fuori pericolo”
È tregua, anche se provvisoria, nella guerra in Medio Oriente. Che sia merito del duro ultimatum lanciato da Donald Trump, della mediazione del Pakistan o dell’insostenibilità dei rincari energetici per l’economia globale, alla fine Stati Uniti e Iran hanno trovato un’intesa per un cessate il fuoco di due settimane. Lo ha annunciato lo stesso presidente americano sul suo social Truth, ponendo una condizione fondamentale: “L’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz”.
La notizia è stata accolta con favore dai mercati. Il petrolio è crollato del 16% in nottata, il gas ha aperto in Europa con un ribasso del 20% proprio mentre i governi si apprestavano a discutere misure di razionamento per i prossimi mesi. Le Borse europee hanno chiuso in forte rialzo, seguite da Wall Street: Dow Jones +2,85%, S&P500 +2,51%. Tuttavia, non si placa il dibattito tra gli investitori. Molti gestori sono convinti che siano ancora tanti i nodi da sciogliere e che non si possa cantare vittoria troppo presto.
I dettagli dell’intesa: vittoria o passo indietro?
Sui termini dell’accordo, le versioni divergono. Trump ha parlato di una “vittoria totale e completa”, spiegando che lo stop ai bombardamenti è vincolato alla ripresa dei flussi di greggio lungo Hormuz. Ha aggiunto che si è a un punto “molto avanzato” per un accordo definitivo di pace a lungo termine con la Repubblica Islamica.
Diversa la campana di Teheran, la cui tv di Stato ha parlato di una “retromarcia rovinosa” degli Stati Uniti, sostenendo che Washington avrebbe accettato senza condizioni tutti i dieci punti del piano di pace presentato nei giorni scorsi. Secondo il New York Times, la proposta del Pakistan sarebbe stata accolta dalla guida suprema Mojtaba Khamenei grazie soprattutto all’intervento dell’ultimo minuto della Cina, che ha esortato a mostrare flessibilità.
Ciò che pare certo è che le parti si incontreranno venerdì a Islamabad per un primo round di trattative. Trump ha illustrato le proposte sul tavolo, che includono la revoca delle sanzioni USA e il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz.
Il ruolo di Israele e la campagna in Libano
Israele sarebbe coinvolto nell’accordo, ma con qualche riserva. Secondo Cnn e altre emittenti, Tel Aviv sarebbe d’accordo nel sospendere i bombardamenti mentre le trattative continuano. Tuttavia, i media locali raccontano di un governo rimasto “sorpreso” dalla repentina virata americana. Il premier israeliano ha addirittura smentito quanto dichiarato dal Pakistan, affermando: “La tregua non vale per il Libano”. Un’incrinatura che alimenta i dubbi sulla tenuta dell’intesa.
Petrolio e gas in picchiata, ma non solo
Intanto sui mercati, i prezzi degli idrocarburi sono precipitati. Il WTI è sceso del 16%, toccando i 90 dollari al barile dopo il massimo di 111 dollari della vigilia. Il Brent è sceso a 92 dollari, il livello più basso dalla metà di marzo. Il gas TTF olandese è crollato del 19-20% a 42-43 euro all’inizio delle contrattazioni.
Ma l’impatto si è esteso ben oltre i mercati energetici. I futures sui mercati azionari globali sono balzati in alto, il dollaro si è deprezzato e l’oro è tornato sui massimi delle ultime tre settimane. Anche i rendimenti obbligazionari sono scesi bruscamente, segno che gli investitori stanno rivedendo le aspettative su inflazione e tassi.
I gestori frenano gli entusiasmi
Mentre le Borse brindano, però, asset manager e osservatori invitano alla cautela. Ricardo Evangelista, analista senior di ActivTrades, è convinto che lasciarsi andare a eccessivi entusiasmi sia un errore. “Il cessate il fuoco appare fragile e il cambiamento dell’ultimo minuto da parte dell’amministrazione statunitense non significa ancora che sarà in vigore un accordo più duraturo una volta terminata la tregua di due settimane”, ha dichiarato. Servirà maggiore chiarezza prima di assistere a ulteriori cali sostanziali dei prezzi.
Sulla stessa linea Elliot Hentov, head of Macro Policy Research di State Street Investment Management. “Non siamo ancora fuori pericolo né siamo fuori dallo Stretto”, ha detto, sottolineando come un temporaneo aumento dello shipping non equivalga a una normalizzazione prevedibile dei flussi energetici nei prossimi mesi. I premi per il rischio non dovrebbero comprimersi troppo, a meno che non emergano segnali di concessioni reciproche tali da rafforzare la fiducia in un cessate il fuoco duraturo. “Dato che gli Stati Uniti hanno già fatto molte concessioni”, ha spiegato, “lo stop definitivo ai combattimenti passa ora da un significativo ammorbidimento della posizione iraniana. Gli elementi per uno shock macro globale significativo non sono scomparsi, ma sono solo marginalmente inferiori rispetto a 24 ore fa”.
Il nodo Hormuz e la ripresa graduale
Secondo gli analisti di Ebury, l’attenzione si sposta ora ai colloqui. “Sospettiamo che i partecipanti al mercato non si impegneranno completamente in un trading risk on e che i futures non torneranno ai livelli prebellici fino a quando non sarà raggiunto un accordo permanente”, hanno detto. La maggior incertezza riguarda la portata del flusso di navi attraverso Hormuz. “L’Iran ha promesso di coordinare il passaggio sicuro, ma i dettagli sono scarsi. Fattori come la presenza di mine o l’interferenza del GPS dissuaderanno molti armatori dal riprendere i flussi fino a quando non avranno garanzie”. La conclusione è che ci sarà un aumento molto graduale dell’attività, non una piena ripresa delle operazioni. Uno scenario che potrebbe mantenere elevati i futures sul petrolio.
Stephen Dover, head of Franklin Templeton Institute, ha aggiunto che il cessate il fuoco riduce il rischio di uno shock su inflazione e crescita guidato dal petrolio, ma non ci rende ancora del tutto al sicuro. “Il quadro di breve termine è complessivamente favorevole per i mercati perché implica un miglioramento dell’inflazione e prospettive più rosee per gli utili aziendali di settori come industria e trasporti, ma anche per i titoli growth”. Tuttavia, il rischio è solo ridimensionato. Se i prezzi del petrolio continueranno a scendere e la logistica tornerà a normalizzarsi, i mercati potranno iniziare a ridimensionare i rischi di stagflazione. Un calo sostenuto del greggio allevierebbe le pressioni inflazionistiche nel breve periodo, anche se non modificherebbe improvvisamente le prospettive di politica monetaria della Fed.
Cosa aspettarsi da negoziati e mercati
Michael Langham, Emerging Markets economist di Aberdeen Investments, ritiene che i costi economici del conflitto facciano sì che un fragile cessate il fuoco potrebbe reggere, perché le parti hanno interesse a trovare un compromesso. Di discutibile è però la durata. “Siamo scettici sul fatto che Stati Uniti o Israele accetteranno le dieci condizioni proposte da Teheran”, ha spiegato, “sia perché è improbabile che Washington ponga fine alla propria presenza militare nel Golfo, sia perché non è chiaro chi pagherà per la ricostruzione dell’Iran”. Inoltre, la mancanza di dettagli sulle modalità con cui la Repubblica Islamica garantirà di non portare avanti l’arricchimento dell’uranio solleva dubbi.
Sul fronte degli effetti economici, Ray Sharma-Ong, deputy global head of Multi-Asset Bespoke Solutions di Aberdeen, ha osservato che se la tregua reggerà e si raggiungerà un compromesso per la riapertura dello Stretto, lo shock globale risulterà gestibile. In tal caso, le banche centrali potrebbero riprendere il percorso intrapreso prima del conflitto o addirittura valutare nuovi tagli. Quanto alle mosse degli investitori, basterà una riduzione del rischio estremo per innescare una rapida rivalutazione dei prezzi azionari. “Il 9 aprile 2025 l’S&P 500 è salito del +9,5% in una sola seduta dopo che Trump ha annunciato una pausa di 90 giorni sui dazi reciproci”, ha ricordato, “e questo nonostante rimanessero allora diverse incertezze”. In generale, prevede che il rally di sollievo nell’Asia settentrionale sarà il più forte.
Il ruolo degli emergenti
Anthony Kettle, senior portfolio manager di RBC BlueBay, ha posto il focus sui Paesi emergenti, tra i più esposti alle conseguenze delle tensioni. La tregua rappresenta una sorta di “interruttore di emergenza” utile a stabilizzare il sentiment nel breve periodo. Sul breve termine, prezzi del petrolio più bassi alleviano le pressioni inflazionistiche nelle economie più vulnerabili e migliorano le dinamiche fiscali degli importatori. Nel medio-lungo termine, però, la parola d’ordine resta “cautela”. Alcune grandi economie esportatrici di energia hanno subito danni significativi alle infrastrutture, e ci vorrà tempo prima che le esportazioni tornino a livelli normali.
“Le nostre principali convinzioni si concentrano sull’America Latina”, ha sintetizzato Kettle, puntando l’attenzione su Stati più indipendenti in materia di approvvigionamenti: Argentina, Colombia, Brasile. “Ci aspettiamo che i prezzi dell’energia siano mediamente più alti quest’anno rispetto a quanto previsto inizialmente e quindi continuiamo a privilegiare emittenti sovrani e corporate che beneficiano o sono più resilienti a prezzi dei combustibili elevati”. Se il cessate il fuoco dovesse reggere, anche parte della curva dei tassi nell’Europa centro-orientale potrebbe offrire valore.
Come posizionare i portafogli
A tirare le somme per distillare una strategia di portafoglio è stato Michaël Nizard, head of Multi-Asset & Overlay di Edmond de Rothschild AM. Secondo Nizard, siamo ben lontani dallo shock di domanda e offerta sperimentato nel 2022, e quindi le banche centrali dovrebbero dare prova di moderazione. “Il minor rischio di errori di politica monetaria fungerà da elemento di supporto per gli asset di rischio, sia nel mercato azionario che in quello dei corporate bond”.
Il punto fermo resta la diversificazione dell’allocazione e dei temi, in particolare quelli ancora in voga. Nizard ha sottolineato due strategie: concentrarsi su società resilienti in un mondo instabile e trarre vantaggio dai titoli legati al megatrend della sovranità economica.
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