Pubblicato il 10 settembre 2026 su Punti di vista sul mercato

Timori di bolla su Wall Street? Cinque strade per restare investiti senza rischiare troppo

Ti preoccupa l’idea che il mercato azionario americano sia in territorio di bolla? Non sei l’unico a pensarlo. Sull’argomento si è scritto moltissimo: un mercato caro, fortemente concentrato sui titoli maggiori e trainato dal settore tecnologico. Le argomentazioni di chi vede rischi concreti non mancano, e i paragoni tra l’attuale corsa legata all’intelligenza artificiale e la bolla dot-com di fine anni Novanta colpiscono per le somiglianze.

D’altra parte, chi investe da tempo sa che provare a indovinare i movimenti del mercato è quasi sempre un esercizio inutile. Le azioni vengono definite “care” da anni, eppure chi fosse rimasto fuori dal mercato USA avrebbe pagato un prezzo salato in termini di rendimenti mancati. Il rally potrebbe proseguire, l’intelligenza artificiale potrebbe davvero mantenere le promesse fatte, e anche ammettendo che di bolla si tratti, nulla garantisce che siamo già alle fasi finali piuttosto che a uno stadio ancora iniziale.

Di fronte a questa incertezza, la diversificazione resta la risposta più sensata: obbligazioni, azioni internazionali e altre asset class possono attutire l’impatto di un’eventuale correzione del mercato azionario statunitense. Ma anche restando all’interno dell’azionario USA esistono margini di manovra. Ecco quindi cinque approcci che permettono di mantenere un’esposizione al mercato americano riducendo, in misura diversa, la dipendenza dai colossi tecnologici che oggi lo dominano. Va detto che tutte queste strategie hanno sottoperformato negli ultimi anni: questo non esclude che possano tornare competitive se lo scenario di mercato dovesse cambiare.

Strategia 1: guardare a tutto il mercato, non solo ai big

La maggior parte degli investitori si espone al mercato USA tramite fondi che replicano un noto indice a 500 titoli. Su scala globale, oltre 10mila miliardi di dollari sono investiti in prodotti che usano questo benchmark, al punto che per molti coincide con l’idea stessa di “mercato azionario americano”.

Esistono però alternative più ampie. Un indice che copre l’85% superiore della capitalizzazione di mercato USA, ponderato per capitalizzazione flottante come il benchmark più noto, offre un’esposizione molto simile ma leggermente più ampia. Ancora più comprensivo è un indice che include l’intero universo azionario investibile statunitense: quasi 3.450 titoli, contro i 465 del paniere precedente.

Allargare lo sguardo a tutto il mercato, anziché fermarsi ai titoli maggiori, non stravolge il profilo di rischio ma produce comunque alcuni effetti: minore concentrazione, minore peso della tecnologia, valutazioni medie più basse. Il fatto che aggiungere migliaia di titoli minori cambi così poco il quadro complessivo la dice lunga su quanto siano diventate enormi le big cap: basti pensare che la capitalizzazione combinata dei due titoli USA più grandi supera oggi l’intero segmento delle small cap americane.

Strategia 2: puntare sui titoli value

Qui si passa dal semplice ridefinire il mercato al prendere posizione contro le sue tendenze dominanti. L’investimento value si rivolge a chi cerca titoli sottovalutati: aziende che il mercato prezza con cautela ma che, storicamente, hanno spesso sorpreso in positivo.

Si tratta di un approccio caro da sempre ai gestori attivi e supportato anche da diversi studi accademici: i titoli scambiati a multipli contenuti rispetto a utili o fatturato hanno storicamente generato rendimenti superiori alla media, sia per un premio al rischio sia perché aspettative più basse lasciano più spazio a sorprese positive.

Un indice value focalizzato sulle large cap USA seleziona titoli con valutazioni contenute rispetto ai fondamentali, misurando parametri come utili e valore contabile in rapporto al prezzo. Il risultato è un paniere strutturalmente diverso dal mercato nel suo complesso: più economico, meno esposto alla tecnologia, orientato verso capitalizzazioni minori e meno concentrato.

Strategia 3: puntare sui dividendi

I dividendi sono da sempre centrali per chi investe in ottica di reddito, ma rappresentano anche una componente rilevante del rendimento totale azionario nel lungo periodo. Le società che li distribuiscono con regolarità tendono inoltre ad avere bilanci solidi, anche perché mantenere un dividendo stabile richiede disciplina nella gestione della liquidità aziendale. Selezionare titoli dividend-payer è quindi anche un modo indiretto per escludere le realtà più speculative.

Due approcci sono particolarmente diffusi: uno che privilegia i titoli con i rendimenti da dividendo più elevati, generalmente aziende mature e con valutazioni contenute, e uno che si concentra invece sulle società capaci di aumentare i dividendi nel tempo, spesso segnale di miglioramento della solidità finanziaria. Entrambi gli approcci risultano meno concentrati per titolo e settore rispetto al mercato generale, con un peso della tecnologia decisamente ridotto.

Strategia 4: dare lo stesso peso a ogni titolo

L’idea di attribuire a ogni titolo lo stesso peso in portafoglio, indipendentemente dalla capitalizzazione, ha un’attrattiva intuitiva: nessun titolo può dominare i rendimenti complessivi. Questo approccio incorpora anche una disciplina implicita di acquisto ai minimi e vendita ai massimi, dato che il ribilanciamento periodico riduce il peso dei titoli che sono saliti di più e lo trasferisce verso quelli rimasti indietro.

Come effetto collaterale, la ponderazione equa sposta naturalmente il portafoglio verso titoli value e a minore capitalizzazione, categorie che la ricerca accademica associa a un potenziale di extra-rendimento. Rispetto alla versione ponderata per capitalizzazione dello stesso paniere, la versione equal weight privilegia aziende molto più piccole, riduce la concentrazione settoriale e per singolo titolo, e abbassa la valutazione media del portafoglio.

Strategia 5: affidarsi alla gestione attiva

In altri tempi, questa sarebbe stata la scelta scontata: affidare la selezione dei titoli a un gestore professionista capace di individuare i vincitori ed evitare i perdenti. Sulla carta resta un’opzione allettante.

Nella pratica, i numeri raccontano una storia diversa. La grande maggioranza dei gestori attivi non riesce a battere il mercato nel lungo periodo: secondo un’analisi Morningstar sul confronto tra gestione attiva e passiva, negli ultimi 15 anni solo il 3,2% dei fondi attivi della categoria “USA Large-Blend” è sopravvissuto e ha sovraperformato le controparti passive di riferimento. Le cause di questo dato, tra efficienza dei mercati e livello di concorrenza, restano oggetto di dibattito.

Detto questo, esistono gestori attivi che gli analisti ritengono in grado di generare valore nel tempo, sulla base di rating qualitativi assegnati alle diverse strategie. Anche in questo caso, però, serve un orizzonte temporale lungo e una comprensione chiara dell’approccio adottato, perché alcune strategie attive comportano livelli di rischio superiori rispetto ai benchmark di riferimento.

Uno sguardo alle performance

Va detto, per onestà, che neppure gli approcci basati su indici alternativi hanno recentemente battuto il segmento delle big cap. Quello più simile al benchmark tradizionale è, non a caso, l’indice a mercato totale, che se ne discosta meno di tutti. L’approccio focalizzato sull’alto dividendo è stato invece quello con i risultati peggiori nell’ultimo quindicennio.

Cosa potrebbe cambiare questo scenario? Un ritorno di forza delle small cap rispetto alle big cap, una fase di sovraperformance del value sul growth, e un raffreddamento del settore tecnologico: condizioni che favorirebbero tutte le strategie descritte sopra. Un precedente storico c’è: nel decennio 2000-2009, titoli a bassa capitalizzazione e value hanno nettamente sovraperformato le large cap growth, in una fase di netta discontinuità rispetto alla bolla tecnologica di fine anni Novanta.

L’unica certezza, quando si sceglie di discostarsi dal mercato tradizionale, è che i risultati si discosteranno anch’essi, in un senso o nell’altro. Ciò che la storia insegna con maggiore chiarezza è che il fattore decisivo, nel lungo periodo, resta restare investiti.


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Nota sulla redazione: Questo articolo è stato elaborato con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per finalità di assistenza redazionale ed è stato verificato e approvato dalla redazione prima della pubblicazione.

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