Pubblicato il 10 aprile 2026 su Punti di vista sul mercato

Russia e Polonia vendono oro, Turchia liquida riserve: il cambiamento di strategia che fa calare i prezzi

Dopo un rally straordinario che aveva portato l’oro ai massimi storici, il metallo prezioso continua a calare, lasciando molti investitori perplessi. Il tradizionale bene rifugio, che dovrebbe proteggere dalle crisi e dall’inflazione, sta invece deludendo le aspettative. Secondo un’analisi del Financial Times, la spiegazione va cercata in un cambiamento silenzioso ma significativo nel comportamento delle banche centrali.

Lo shock energetico globale e l’intensificarsi della guerra in Medio Oriente hanno spinto un numero crescente di Paesi, tra cui Russia e Polonia, a prendere in considerazione la vendita di oro per sostenere le proprie valute o migliorare la propria posizione fiscale. Le banche centrali, che negli ultimi anni erano state tra i maggiori acquirenti del metallo, stanno ora invertendo la rotta.

I numeri del cambiamento

Secondo i dati del World Gold Council, lo scorso anno gli acquisti netti di oro da parte delle banche centrali sono stati di circa 860 tonnellate, con un calo del 20% rispetto all’anno precedente. Quest’anno, oltre alla Turchia, tra i venditori noti figura la Russia, che ha ceduto 15 tonnellate a gennaio e febbraio. Nel frattempo, il capo della banca centrale polacca ha recentemente proposto di vendere lingotti per raccogliere fondi per la difesa, anche se il governo si è opposto al piano.

Gli operatori di mercato ritengono che ulteriori vendite potrebbero arrivare da Paesi importatori di petrolio colpiti dalla crisi energetica, come l’India, o da nazioni dell’Asia centrale con significative riserve auree. Una tendenza che, se confermata, potrebbe mantenere la pressione al ribasso sui prezzi.

Il caso Turchia: il più emblematico

L’esempio più clamoroso è quello della Turchia. Secondo un’analisi della società di consulenza Metals Focus basata su dati ufficiali, la Banca Centrale della Repubblica di Turchia ha venduto 52 tonnellate d’oro tra il 27 febbraio e il 27 marzo, portando le riserve nette a 440 tonnellate, il livello più basso in oltre due anni.

Nello stesso periodo, la banca centrale ha organizzato circa 79 tonnellate di swap sull’oro che comportano la cessione in leasing di lingotti per generare reddito, aumentando ulteriormente l’offerta disponibile sui mercati. In totale, Ankara ha venduto o prestato 20 miliardi di dollari in oro dall’inizio della guerra in Iran, contribuendo in modo significativo al più grande calo mensile del prezzo del metallo dal 2008.

Le motivazioni? Sostenere la lira turca. La stabilità valutaria è un pilastro centrale della campagna del Paese, lunga più di due anni, volta a frenare l’inflazione (attualmente al 31%). Secondo i calcoli di Burumcekci Research and Consulting, le riserve internazionali nette della Turchia sono diminuite di quasi la metà, attestandosi a 46 miliardi di dollari dall’inizio del conflitto.

Il calo generale e i deflussi dagli ETF

Il forte calo dell’oro, il mese scorso i prezzi sono scesi dell’11,5% , la peggiore performance mensile degli ultimi 18 anni, riflette anche quattro settimane di deflussi dai fondi negoziati in borsa (ETF) sull’oro dall’inizio della guerra. Alcuni investitori si sono affrettati a realizzare profitti sulle operazioni vincenti con lo scoppio del conflitto in Medio Oriente, contribuendo alla pressione al ribasso.

Il metallo è sceso a circa 4.650 dollari l’oncia, ben lontano dai massimi storici di oltre 5.500 dollari toccati a gennaio. Un crollo che ha sorpreso molti, abituati a considerare l’oro come un rifugio sicuro in tempi di crisi.

Rimpatrio dell’oro e l’eccezione cinese

In questo contesto, un numero crescente di banche centrali sta scegliendo di rimpatriare il proprio oro. La scorsa settimana, la Francia ha dichiarato di non detenere più oro negli Stati Uniti, un segnale di crescente sfiducia verso i custodi esteri.

Fa eccezione la Banca popolare cinese, che ha acquistato 160.000 once troy a marzo, il suo acquisto più consistente in oltre un anno. Pechino continua a diversificare le proprie riserve, approfittando probabilmente dei prezzi più bassi per accumulare oro a condizioni più favorevoli.

Le prospettive

Il cambiamento di rotta delle banche centrali è un fattore strutturale che gli investitori non possono ignorare. Mentre le banche centrali erano state un motore importante del rally pluriennale dell’oro, il loro recente comportamento da venditori netti sta cambiando le dinamiche di mercato.

Se la tendenza dovesse proseguire, con Paesi come Turchia, Russia e forse altri costretti a liquidare riserve per far fronte a emergenze energetiche o fiscali, l’oro potrebbe rimanere sotto pressione. Tuttavia, l’eccezione cinese ricorda che non tutti i grandi attori stanno vendendo. E in un mondo ancora segnato da tensioni geopolitiche e incertezze monetarie, il ruolo dell’oro come riserva di valore difficilmente verrà messo completamente in discussione.

Per ora, però, il vento soffia contro. E gli investitori che avevano scommesso su una prosecuzione del rally si trovano a dover fare i conti con una realtà più complessa.


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