Pubblicato il 4 settembre 2026 su Punti di vista sul mercato

Oro: la corsa del metallo prezioso è destinata a proseguire?

Dopo un primo semestre di cedimento, l’oro è tornato al centro dell’attenzione degli investitori. Il metallo giallo ha archiviato agosto con un rialzo di quasi il 10%, superando brevemente la soglia dei 4.700 dollari l’oncia, in netta ripresa dopo il brusco arretramento rispetto ai massimi storici toccati a gennaio. A sostenere questa nuova fiammata hanno contribuito diversi fattori: il deprezzamento del dollaro, le incertezze geopolitiche e le attese sulla politica monetaria. Ma a questi si è aggiunta una variabile più recente, destinata a giocare un ruolo sempre più centrale: la sostenibilità del debito pubblico statunitense, che ha trasformato l’oro in una copertura contro il rischio fiscale.

Il nuovo catalizzatore: il braccio di ferro Tesoro-Fed

L’innesco di questa fase rialzista è riconducibile alla decisione del Tesoro statunitense di incrementare gli acquisti di titoli di Stato a lunga scadenza, con l’obiettivo di frenare l’impennata dei rendimenti che aveva raggiunto livelli mai visti dal 2007. La mossa ha prodotto un temporaneo calo dei rendimenti e un indebolimento del dollaro, alimentando il cosiddetto “debasement trade”: la corsa a beni scarsi come l’oro (ma anche il bitcoin) come protezione contro l’espansione del debito pubblico e il potenziale deprezzamento della valuta.

Come osserva Diego Franzin, responsabile delle strategie di portafoglio presso Plenisfer Investments: «La narrazione tradizionale lega l’oro alla geopolitica, all’inflazione o al ruolo di bene rifugio. Negli ultimi mesi, tuttavia, il mercato ha spostato il focus sul rapporto tra debito pubblico americano, gestione della curva dei Treasury e dinamiche del dollaro».

Eppure, nonostante i fondamentali appaiano più favorevoli, il percorso dell’oro resta accidentato. Il metallo si attesta ancora circa il 18% al di sotto del picco di fine gennaio, quando lo shock bellico in Iran aveva spinto molti investitori a liquidare posizioni in oro per far fronte alle richieste di margine su altre asset class in difficoltà, determinando un crollo di oltre il 25% tra gennaio e luglio.

Due forze contrapposte sul mercato

Il piano di riacquisto del Tesoro, definito da Imaru Casanova, gestore di VanEck per l’oro e i metalli preziosi, come il “più recente catalizzatore” per il metallo giallo, ha inizialmente spinto l’oro al rialzo, con il dollaro in calo dello 0,9% nella settimana successiva all’annuncio. Tuttavia, la Federal Reserve rappresenta un contrappeso di segno opposto. Al simposio di Jackson Hole, il presidente Kevin Warsh ha ribadito la priorità della lotta all’inflazione e l’indipendenza della banca centrale, un messaggio interpretato dal mercato come restrittivo. Il risultato è stato un rafforzamento del dollaro e dei rendimenti reali, con l’oro che ne ha risentito perdendo quasi il 7% in pochi giorni.

«Questa alternanza non invalida le ragioni strutturali a favore dell’oro, ma dimostra che il percorso non sarà lineare», chiarisce Franzin. «Finché gli investitori percepiranno una Fed determinata a preservare la stabilità dei prezzi e la propria autonomia, il dollaro troverà sostegno e l’oro potrebbe attraversare fasi di consolidamento».

Domanda strutturale: banche centrali ed ETF

Al di là delle oscillazioni tattiche, il quadro di fondo resta robusto. Le banche centrali continuano a rappresentare un acquirente strutturale di prima grandezza: nel secondo trimestre, secondo il World Gold Council, gli acquisti ufficiali sono ammontati a 289 tonnellate, in crescita del 62% su base annua. La Cina ha proseguito nel suo accumulo di riserve, mentre la Polonia si è distinta come principale acquirente, e il WGC prevede che questa tendenza proseguirà nei prossimi 12 mesi.

Parallelamente, si registra un’inversione di tendenza nei flussi degli ETF auriferi: dopo un secondo trimestre sostanzialmente piatto, luglio ha segnato un afflusso netto di circa 2 miliardi di dollari a livello globale. Anche la domanda fisica offre sostegno, con Franzin che segnala le consistenti importazioni cinesi e gli sforzi delle autorità locali per sviluppare infrastrutture funzionali all’accumulo di oro nel sistema finanziario.

Oro oltre i 5.000 dollari? Le previsioni degli esperti

Se i governi continueranno a registrare deficit elevati, gli investitori rimarranno preoccupati per la sostenibilità del debito americano e le autorità monetarie dovessero ricorrere a nuovi acquisti di Treasury, l’oro potrebbe consolidare il suo ruolo di copertura privilegiata. Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global Wealth Management, è tra i più ottimisti: prevede che il prezzo del metallo possa raggiungere i 5.400 dollari l’oncia nei prossimi 12 mesi, sostenuto dall’incertezza sul finanziamento del debito pubblico.

Più cauto ma comunque fiducioso è il giudizio di Casanova di VanEck, che richiama l’attenzione sulla combinazione di fattori: acquisti delle banche centrali, predominio fiscale, posizionamento contenuto degli investitori occidentali e orientamento della politica monetaria Fed. Il consenso di mercato indica prezzi medi dell’oro stabilmente sopra i 4.000 dollari nel medio termine, ma Casanova avverte che si tratta di uno scenario “condizionato piuttosto che garantito”. Un dollaro più debole e un calo dei rendimenti reali offrirebbero all’oro maggiore spazio di crescita; una Fed restrittiva e un dollaro forte avrebbero l’effetto opposto.

Il traino delle mining stocks

L’espressione più vigorosa del rialzo dell’oro si è manifestata sui titoli delle società minerarie. L’indice Morningstar Global Gold ha guadagnato il 31,8% ad agosto, a fronte del +9,7% dell’oro spot. Il motivo risiede nella leva operativa: come spiega Casanova, «i titoli auriferi si comportano come un investimento operativo con effetto leva sul prezzo dell’oro, non come un suo indicatore». I ricavi crescono con il prezzo del metallo, mentre i costi, in gran parte rappresentati dal lavoro (35-50%) e da carburante ed energia (15-20%), sono più rigidi. Ne consegue che i margini aumentano in modo sproporzionato quando l’oro sale più rapidamente dei costi.

Secondo Nicolò Bragazza, gestore di portafoglio di Morningstar Wealth, i produttori stanno attualmente beneficiando sia dei prezzi record sia di una rigorosa gestione dei costi. Tuttavia, l’effetto leva comporta un trade-off: l’oro fisico offre l’esposizione più pura, mentre le società minerarie introducono rischi operativi e specifici, risultando più volatili, ma offrendo anche la possibilità di dividendi e un maggiore potenziale di rialzo. «Chi cerca un’esposizione pura all’oro dovrebbe preferire l’investimento diretto nel metallo», conclude Bragazza. «Gli investitori orientati al reddito, invece, potrebbero optare per i produttori, che distribuiscono dividendi mantenendo un’esposizione significativa alla materia prima».


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