Oro in caduta libera: dopo il crollo del 22%, è il momento di comprare o la corsa è finita?
L’oro continua a scivolare, consolidando l’ingresso in territorio di “bear market” dopo un rally che sembrava inarrestabile. In mattinata, il prezzo spot del metallo giallo ha ceduto fino al 2%, per poi ridurre le perdite e attestarsi in calo attorno all’1-1,5% a 4.335 dollari l’oncia. I futures con consegna ad aprile hanno registrato flessioni superiori all’1%, mentre l’argento, ancora più volatile, ha perso oltre il 3% sul mercato spot.
I numeri delle ultime settimane raccontano una correzione di dimensioni notevoli. Dai massimi storici toccati a fine gennaio, quando l’oro aveva sfiorato i 5.595 dollari l’oncia, il metallo prezioso ha lasciato sul terreno oltre il 22% . Solo nell’ultima settimana, il calo si è avvicinato al 10%, la peggiore performance dalla fase turbolenta del settembre 2011.
Un rally eccezionale, ora una pausa fisiologica
Il ridimensionamento in corso arriva dopo una corsa straordinaria. Nel 2025, l’oro aveva guadagnato più del 64% , sostenuto da un mix di tensioni geopolitiche, acquisti record delle banche centrali e crescenti timori sulla sostenibilità fiscale globale. Dopo una salita di tale portata, molti operatori considerano fisiologica una fase di consolidamento, accentuata da prese di profitto e dalla riduzione della leva finanziaria.
Secondo diversi strategist, la flessione recente riflette soprattutto fattori tecnici e di posizionamento più che un cambiamento nei fondamentali. Nelle fasi di stress, gli investitori tendono a liquidare le posizioni più profittevoli per generare liquidità o coprire margin call, uno schema che si è ripetuto anche durante l’ultima escalation geopolitica. L’oro aveva inizialmente beneficiato della domanda di bene rifugio, per poi arretrare quando i portafogli sono stati ribilanciati.
Il quadro macro diventa più sfavorevole
Il movimento dell’oro si inserisce in un contesto macro che, almeno temporaneamente, gli è diventato avverso. L’indice del dollaro è salito dello 0,5% nella seduta, con un apprezzamento complessivo del 3% dall’inizio del conflitto in Iran. Un dollaro più forte rende l’oro, quotato nella valuta statunitense, più costoso per gli investitori in altre valute, riducendone la domanda.
Parallelamente, i rendimenti dei Treasury restano su livelli elevati. Il decennale statunitense è salito di circa 5 punti base al 4,38% , riducendo l’attrattività di un asset privo di cedola come l’oro. A pesare è anche la revisione delle attese sulla politica monetaria: l’inflazione persistente riduce la probabilità di tagli aggressivi dei tassi da parte della Federal Reserve, mantenendo i rendimenti obbligazionari su livelli che competono con il metallo prezioso per l’attenzione degli investitori.
Strategist divisi sul breve, ma costruttivi sul lungo periodo
Nonostante la violenza della correzione, molti osservatori mantengono una visione positiva sul medio-lungo periodo. L’aumento della domanda da parte delle banche centrali, la frammentazione geopolitica e le preoccupazioni fiscali continuano a sostenere l’attrattività del metallo come bene rifugio. La fase attuale, in questa lettura, appare come una correzione fisiologica dopo un rally eccezionale, amplificata da fattori macro e tecnici destinati a esaurirsi.
Alcune case di investimento considerano addirittura la discesa un’opportunità di ingresso. Le stime più ottimistiche indicano obiettivi compresi tra 5.000 e 6.000 dollari entro fine anno, mentre le previsioni più aggressive spingono il target fino a 10.000 dollari entro la fine del decennio. In questo scenario, il recente arretramento verrebbe interpretato come una fase di deleveraging temporaneo piuttosto che come un cambio di regime.
Secondo diversi strategist, il metallo potrebbe trovare un supporto tecnico nell’area dei 4.100 dollari l’oncia, prima di tentare un recupero verso quota 5.300-5.400 dollari nei prossimi mesi, una volta esaurita la fase di riduzione delle posizioni.
Il dollaro e la Fed, le variabili decisive
Un eventuale indebolimento del dollaro rappresenterebbe il principale catalizzatore per una ripresa. Le attese di futuri tagli dei tassi da parte della Federal Reserve restano infatti un elemento chiave per il metallo giallo: rendimenti in calo e valuta più debole tendono storicamente a favorire l’oro.
Per ora, però, l’oro sconta il peso di un dollaro forte e di rendimenti elevati. La domanda degli investitori è se questa fase di debolezza durerà abbastanza da mettere in discussione il trend rialzista di lungo periodo o se, come accaduto in passato, si rivelerà un passaggio temporaneo prima di una nuova risalita. La risposta, come spesso accade, dipenderà dall’evoluzione del quadro macroeconomico e, non da ultimo, dalle scelte delle banche centrali nei prossimi mesi.
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