La Fed lascia i tassi fermi: come gli esperti leggono la mossa di Warsh e cosa aspettarsi a dicembre
Per Eric Winograd, senior US economist di AllianceBernstein, la riunione della Fed di mercoledì sera è stata “la non-notizia del giorno”. Il Comitato ha lasciato invariato il tasso di riferimento nell’intervallo 3,75-4,00%, e il dibattito tra economisti e gestori si è subito spostato su un’altra domanda: che cosa significa questa pausa per i prossimi mesi?
Retorica dura, decisioni prudenti
Winograd nota il divario tra il tono molto fermo del presidente Kevin Warsh sulla lotta all’inflazione e la scelta di rinviare l’intervento. A suo avviso Warsh preferirebbe evitare un rialzo, se i dati glielo permettono, e la soglia per giustificarlo sembra più alta di quella necessaria per lasciare tutto com’è. Come i suoi predecessori, Warsh non vuole sorprendere i mercati: non si tratta di una vera forward guidance, ma di una via di mezzo tra indicazioni esplicite e totale silenzio. Segno, secondo l’economista, che anche lui sta imparando sul campo quanto valga offrire un minimo di orientamento invece di rischiare un’eccessiva volatilità.
Su questo punto converge Jamie Patton, co-head of global rates di TCW, che legge nella conferenza stampa soprattutto la scarsità di indicazioni. Williams e Jefferson avevano già lasciato intendere che un intervento a ottobre fosse da escludere, anche dopo un’inflazione sopra le attese e dati sul lavoro più solidi. Warsh, osserva Patton, non sembra contrario alla forward guidance: preferisce semplicemente che a comunicarla sia qualcun altro. Christian Scherrmann, chief US economist di DWS, aggiunge che la riunione è stata meno restrittiva del previsto, ridimensionando gli argomenti a favore di rialzi per ragioni cicliche. Il voto del presidente, ricorda, è uno tra tanti, e Warsh sta mantenendo la promessa di non fare forward guidance.
Saverio Berlinzani di ActivTrades riporta invece altri passaggi del discorso: Warsh ha ammesso che l’inflazione resta alta ma ha ribadito l’impegno assoluto per la stabilità dei prezzi nel lungo periodo. Ha detto che i precedenti rialzi stanno cominciando a restringere l’accesso al credito per imprese e famiglie, rendendo più selettiva l’allocazione dei capitali, e ha assicurato che le imminenti elezioni di metà mandato non hanno avuto alcun peso nelle decisioni.
Dicembre, il vero banco di prova
Quasi tutti guardano alla riunione di dicembre. Bret Kenwell, analista di eToro, la definisce il vero test e avverte che, con il nuovo stile comunicativo della Fed, si potrebbe arrivare all’appuntamento con una decisione quasi al 50% tra i due scenari, rendendo i mercati più vulnerabili alla volatilità, anche se i dati hanno ancora molto tempo per pesare.
La maggioranza degli intervistati si aspetta comunque un rialzo. Goldman Sachs Asset Management prevede la ripresa dei rialzi a dicembre, perché l’indice dei prezzi di settembre conferma i rischi di inflazione, e non esclude ulteriori strette nel 2027 se l’energia dovesse tornare a rincarare. Paolo Zanghieri di Generali Asset Management mantiene la previsione di due rialzi, a dicembre e nel primo trimestre 2027, probabilmente a marzo, contando su progressi più netti sulla disinflazione all’inizio dell’anno prossimo. Stessa lettura per Max Stainton di Fidelity International e per Jon Butcher di Aberdeen Investments, che vede nella pausa una breve fase di valutazione prima di dicembre, pur senza prove sufficienti, nei dati, per giustificare un ciclo prolungato. Jeff Schulze di Franklin Templeton Institute non esclude un ulteriore rialzo da 25 punti base entro fine anno e ricorda che il Comitato sembra orientato a riassorbire gradualmente i tagli dell’anno scorso, con un ritmo misurato che storicamente si è rivelato più favorevole per gli asset rischiosi. Warsh, ha riferito, ha riconosciuto un irrigidimento delle condizioni finanziarie senza considerarlo ancora restrittivo.
Più cauto Roger Rüegg, head of multi asset solutions di Swisscanto/Zkb: con il petrolio quasi raddoppiato non si può escludere un rialzo preventivo al 4,25% a dicembre, ma il mercato dei capitali ha già irrigidito le condizioni di finanziamento, con i premi al rischio sul debito saliti da 75 a 90 punti base a ottobre. Per questo non si aspetta una stretta paragonabile al 2023, quando i tassi arrivarono al 5,5% con un’inflazione al 9%, e nei suoi fondi sta già costruendo posizioni in titoli di Stato USA e selezionando obbligazioni societarie.
Inflazione e crescita: gli scenari
Fidelity vede un’economia americana ancora vivace, sostenuta dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale e da un mercato del lavoro più solido, con inflazione verso il 3,4% a fine 2026 e poi al 2,5% nel 2027. James Knightley di ING è più ottimista sui prezzi: se dopo le elezioni di metà mandato si raggiungesse un accordo sul Golfo Persico, le pressioni inflazionistiche si ridurrebbero sensibilmente. Con i salari che crescono di appena il 3% e la componente abitazione, che pesa il 35% del paniere, destinata a rallentare ancora, l’inflazione potrebbe tornare al 2% nella seconda metà del 2027. Il suo scenario prevede un rialzo a dicembre, che porterebbe i tassi al 4,00-4,25%, seguito da una lunga pausa fino a dicembre 2027, quando quel rialzo verrebbe annullato. Un quadro in linea con il consenso, mentre le proiezioni della Fed indicano un rialzo quest’anno e tassi fermi per tutto il 2027.
Reazioni dei mercati: curva dei rendimenti e criptovalute
Sul fronte obbligazionario, Patton descrive un marcato irripidimento della curva con una “torsione”: rally dei Treasury sulla parte breve e indebolimento sui tratti più lunghi. Il movimento è iniziato quando un giornalista ha chiesto se l’attuale livello dei tassi potesse essere già adeguato, e Warsh ha esitato prima di dire che non era stata raggiunta alcuna conclusione definitiva. Se avesse voluto smentire la lettura accomodante del mercato, osserva Patton, quella era l’occasione, e non l’ha colta.
Infine le criptovalute. Thomas Perfumo, global economist di Kraken, sottolinea che la decisione allontana, almeno per ora, il rischio di un rialzo a sorpresa, che avrebbe potuto pesare su azioni e crypto: il Bitcoin ha uno storico di forti reazioni ai cambi improvvisi delle prospettive monetarie. Oggi il mercato assegna circa il 90% di probabilità a un rialzo di almeno 25 punti base entro dicembre, e un eventuale ridimensionamento di questa aspettativa da parte di Warsh potrebbe rivelarsi un segnale positivo per gli asset più rischiosi.
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