Intesa-Mps, Banco BPM e le prossime mosse: S&P spiega perché le fusioni bancarie sono solo all’inizio
Dopo anni di operazioni che hanno progressivamente ridotto il numero dei player, il risiko delle banche italiane torna ad accelerare con il doppio assalto a Monte dei Paschi di Siena da parte di Intesa Sanpaolo e Banco BPM. Secondo S&P Global Ratings, non si tratta di episodi isolati, ma della manifestazione più evidente di una tendenza destinata a proseguire nei prossimi anni.
L’agenzia di rating ha dedicato un report al tema, spiegando che il consolidamento del settore è ormai inevitabile in un mercato caratterizzato da poche opportunità di crescita organica e dalla presenza di numerosi operatori di piccole o medie dimensioni. Uno scenario che impone sempre più agli istituti di rafforzare le economie di scala e creare nuove opportunità di efficienza.
Mps al centro del risiko
Il nuovo capitolo del consolidamento ruota attorno al Monte. L’8 giugno, Intesa Sanpaolo ha annunciato un’offerta pubblica di acquisto sul 100% del capitale dell’istituto senese, riconoscendogli una valutazione pari a oltre 30 miliardi di euro. L’offerta prevede un corrispettivo di circa 10,1 euro per azione – di cui un euro in contanti e la restante parte attraverso scambio azionario – con un premio del 12,5% rispetto alla capitalizzazione di mercato di Mps.
L’iniziativa è stata intrapresa per cogliere in controtempo Banco BPM , che poco prima aveva avanzato all’istituto toscano una proposta di fusione tra pari, dalla quale stima di generare sinergie per circa 1,1 miliardi e dare vita al secondo gruppo bancario italiano in termini di dimensioni degli attivi.
Un settore sempre più concentrato
Per S&P, la bagarre scatenata attorno al gruppo guidato da Luigi Lovaglio conferma una dinamica che ha subito una marcata accelerazione a partire dal 2025. “Questo processo porterà probabilmente alla formazione di un sistema composto da un numero ridotto di grandi banche e alcuni operatori con modelli di business più agili”, evidenzia l’agenzia.
Tuttavia, se l’esito finale appare relativamente prevedibile, a rimanere incerte sono le modalità attraverso cui si realizzerà il consolidamento. Struttura dell’azionariato, strategie industriali, interessi degli azionisti e ruolo delle autorità potrebbero influenzare il percorso delle future aggregazioni.
La scala come vantaggio competitivo
Alla base della corsa alle dimensioni non c’è soltanto la ricerca di quote di mercato. S&P ritiene che gli istituti italiani abbiano bisogno di aumentare la propria scala operativa per affrontare sfide sempre più complesse e preservare livelli di redditività elevati anche in futuro.
“Le banche devono continuare a investire nella digitalizzazione per tenere il passo dell’innovazione e rafforzare i sistemi di gestione del rischio”, sottolineano gli analisti. Gli operatori stanno anche cercando di ampliare la capacità distributiva e diversificare le fonti di ricavo per ridurre la dipendenza dal tradizionale margine di interesse. Proprio il consolidamento rappresenta una risposta naturale a queste esigenze.
Le recenti operazioni domestiche hanno dimostrato quanto le sinergie di costo possano essere significative e come il rischio di integrazione sia oggi più contenuto rispetto al passato, grazie all’esperienza accumulata dagli istituti italiani nelle acquisizioni degli ultimi anni.
I vantaggi per Intesa e BPER
Un esempio evidente di questa tesi viene proprio da Intesa-Mps. In caso di successo dell’offerta, S&P ritiene che il gruppo guidato da Carlo Messina rafforzerebbe ulteriormente la propria leadership sul mercato domestico. L’operazione consentirebbe di consolidare la presenza nel corporate e investment banking attraverso le competenze di Mediobanca e di ampliare il business del credito al consumo.
Nonostante l’entità dell’operazione, il coefficiente di capitale corretto per il rischio di Intesa resterebbe comodamente superiore all’8% nel 2028 grazie all’elevata capacità di generare utili.
Anche BPER potrebbe emergere come uno dei principali beneficiari dell’operazione, ereditando il 50% delle filiali Mps destinate a finire nelle mani del suo azionista Unipol come risultato di un accordo parallelo tra Carlo Cimbri e lo stesso Messina.
Banco BPM punta al secondo posto
Per quanto riguarda Banco BPM , S&P considera la fusione con Mps coerente dal punto di vista strategico. “La complementarità geografica e commerciale dei due gruppi offrirebbe ampie possibilità di sinergie e permetterebbe di ampliare l’offerta di prodotti attraverso una base clienti più estesa”, spiegano gli analisti.
Se è vero che l’aggregazione darebbe vita al secondo gruppo bancario italiano, riducendo almeno in parte il divario che oggi separa gli operatori domestici da Intesa Sanpaolo, gli esperti sottolineano che i benefici economici e industriali richiederebbero più tempo per manifestarsi pienamente.
Altre operazioni all’orizzonte
La convinzione di S&P è che il risiko bancario sia tutt’altro che concluso. “Non possiamo escludere ulteriori operazioni o transazioni nei prossimi mesi”, sottolinea l’agenzia, ribadendo che gli attuali movimenti rappresentano soltanto una tappa di un processo di consolidamento più ampio.
Per gli istituti italiani, la dimensione sta diventando un elemento sempre più centrale: sia per sostenere investimenti tecnologici , sia per aumentare l’efficienza operativa , sia per difendere la redditività in un contesto destinato a essere meno favorevole rispetto agli anni recenti. È in questa prospettiva che va letto il ritorno delle M&A: non come una fase congiunturale, ma come una trasformazione strutturale dell’intero sistema bancario nazionale.
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