Inflazione Eurozona al 3%: il caro petrolio costringerà la BCE ad alzare i tassi?
Secondo la stima preliminare di Eurostat, l’inflazione nell’eurozona dovrebbe attestarsi al 3% nel mese di aprile, un valore ben al di sopra dell’obiettivo della Banca Centrale Europea (fissato al 2%) e in netto rialzo rispetto al 2,6% di marzo. Il principale responsabile è l’energia: i prezzi petroliferi, alimentati dal conflitto in Medio Oriente, hanno subito un’impennata che sta cambiando rapidamente le prospettive per la politica monetaria.
L’inflazione core, che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari, rimane per ora stabile intorno al 2,3% , segno che gli effetti dello shock energetico non si sono ancora completamente trasmessi ai prezzi sottostanti. Ma gli analisti avvertono: il peggio potrebbe arrivare nei prossimi mesi.
L’effetto ritardato del caro-energia
“L’impennata dei prezzi dell’energia alla luce del conflitto in Medio Oriente ha avuto un impatto notevole sulle nostre previsioni relative all’inflazione complessiva, con ripercussioni più limitate sull’inflazione core”, affermano gli analisti di Goldman Sachs. La banca prevede che l’inflazione dei prezzi dell’energia su base annua salirà al 10,7% dal 5,1% di marzo, anche se l’incertezza resta elevata.
La vera prova, tuttavia, arriverà nei prossimi mesi, quando gli effetti di secondo ordine – con l’inflazione che si ripercuote sui consumatori, i quali chiederanno salari più alti per compensare l’aumento dei prezzi – potrebbero complicare il percorso della BCE.
“Di norma, trascorrono diversi mesi prima che l’aumento dei prezzi dell’energia si rifletta pienamente sull’inflazione”, spiega Michael Field, chief strategist sui mercati europei di Morningstar. “Questi effetti si renderanno probabilmente visibili solo nei prossimi mesi e dipenderanno dalla durata del livello elevato dei prezzi dell’energia”.
Gli analisti di Morningstar hanno già rivisto al rialzo le previsioni sul petrolio Brent, portandolo a 85 dollari al barile per il 2026 e a 76 dollari per il 2027, rispetto ai precedenti 65 dollari.
Prospettive 2026: un picco verso l’estate
Ciò che un tempo sembrava una stabile tendenza disinflazionistica si è trasformato in un quadro incerto, caratterizzato da tensioni geopolitiche, volatilità dei prezzi dell’energia e segnali di indebolimento della crescita in tutta l’area dell’euro.
Martin Moryson, global head of economics di DWS, prevede: “Nel breve termine, i dati sull’inflazione di aprile potrebbero apparire leggermente più contenuti. A partire da maggio, però, prevediamo ulteriori pressioni al rialzo. L’effettivo aumento si manifesterà in un secondo momento: prevediamo un picco intorno al 3,5% verso la fine dell’estate , prima che l’inflazione complessiva torni gradualmente a diminuire”.
L’inflazione dei servizi si mantiene stabile al 3,2% a marzo, mentre quella dei beni rimane contenuta allo 0,5%. Tuttavia, la situazione è destinata a cambiare man mano che l’aumento dei costi energetici si ripercuoterà sull’economia.
I timori di stagflazione
I timori relativi alla stagflazione – la combinazione di inflazione in aumento e crescita in rallentamento – stanno crescendo. Secondo Deutsche Bank Research, l’indice PMI composito dell’eurozona è sceso a 48,6, segnalando una contrazione e segnando il minimo degli ultimi 17 mesi. “Ciò ha confermato i timori che l’Europa sia destinata a subire un impatto stagflazionistico più evidente a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia”.
Gli esperti della BCE hanno rivisto le previsioni di crescita per l’eurozona: 0,9% nel 2026 (in calo rispetto all’1,2% stimato a dicembre) e 1,3% nel 2027. Un rallentamento significativo, che mette la banca centrale di fronte a un dilemma.
Moryson aggiunge che l’Europa è in una posizione migliore rispetto alla crisi del 2022, grazie alla diversificazione delle forniture di gas e all’aumento della capacità di GNL. Inoltre, “l’intensità energetica della produzione è diminuita drasticamente: oggi consumiamo solo circa un quarto del petrolio per unità di PIL reale rispetto al 1965. Ciò rende le economie odierne notevolmente più resilienti”.
Cosa farà la BCE?
Nonostante le pressioni inflazionistiche, la riunione di aprile dovrebbe concludersi con un mantenimento dei tassi. I mercati, tuttavia, stanno già scontando fino a due aumenti di 25 punti base entro la fine del 2026, con un primo intervento potenzialmente già a giugno.
Konstantin Veit, portfolio manager di Pimco, prevede che la BCE mantenga un atteggiamento di vigilanza. “Considerato l’elevato livello dei rischi sia per la crescita che per l’inflazione, è probabile che i responsabili politici attendano le prossime proiezioni degli esperti (previste per giugno) prima di apportare modifiche. Se la BCE dovesse reagire, qualsiasi intervento sarebbe misurato piuttosto che aggressivo, e sarebbe improbabile più di due aumenti dei tassi”.
La presidente Christine Lagarde ha già invitato alla cautela, sottolineando che la “doppia incertezza” relativa alla durata e all’impatto dello shock energetico giustifica l’attesa di ulteriori dati prima di intervenire. La sfida per la BCE sarà bilanciare la lotta all’inflazione con il rischio di soffocare una crescita già debole. E molto dipenderà dall’evoluzione del prezzo del petrolio e della guerra in Iran.
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