Pubblicato il 18 marzo 2026 su Punti di vista sul mercato

Il valore di non reagire: perché la calma (e restare investiti) paga in tempi di guerra

Quando le tensioni geopolitiche si infiammano e la volatilità torna a bussare sui mercati, la reazione istintiva di molti investitori è una sola: scappare. Spostare il denaro dalle azioni verso la liquidità o verso asset considerati “rifugio” come i titoli di Stato a breve scadenza sembra la scelta più prudente, quella che mette al riparo da ulteriori perdite.

Eppure, la storia dei mercati finanziari racconta una verità diversa e per certi versi controintuitiva: cedere al panico è quasi sempre l’errore più costoso. Cercare di anticipare l’andamento del mercato, uscendo nei momenti di turbolenza per rientrare quando le acque si saranno calmate, si è rivelato storicamente una strategia perdente per tre ragioni fondamentali.

La prima è che le turbolenze successive a grandi eventi geopolitici sono state, nella maggior parte dei casi, di breve durata, con i mercati che hanno rapidamente recuperato terreno una volta attenuatesi le tensioni. La seconda è che le riprese possono essere improvvise: chi esce rischia di rimanere fuori proprio quando si verifica il rialzo più consistente. La terza, infine, è che vendere in un periodo di ribasso significa spesso cristallizzare le perdite in una fase transitoria, perdendo la possibilità di recuperare.

Quattro lezioni dalla storia per mantenere la calma

La memoria dei mercati offre spunti preziosi per chi oggi si trova a navigare l’incertezza del conflitto in Iran. Ecco quattro insegnamenti che vale la pena tenere a mente.

1. La volatilità è normale (più di quanto si pensi)

Guardando agli ultimi 54 anni, i titoli azionari globali hanno registrato, in un determinato momento dell’anno, un calo del 10% o più in 31 di questi anni. Le correzioni più profonde, quelle superiori al 20%, si sono verificate in 13 anni sullo stesso arco temporale. Il messaggio è chiaro: le turbolenze non sono l’eccezione, ma la regola. Far parte del mercato significa accettare che periodi di ribasso siano fisiologici, e non necessariamente il segnale di una crisi duratura.

2. I guadagni, in media, compensano ampiamente le perdite

C’è un dato che dovrebbe far riflettere chi è tentato di uscire: negli ultimi 50 anni, in media ogni anno le azioni hanno registrato un calo del 15% e un aumento del 23%. Significa che, nonostante le oscillazioni anche violente, il trend di lungo periodo è rimasto positivo. In periodi di incertezza, i sell-off tendono a travolgere tutto, aziende valide e meno valide insieme. Le prime diventano spesso “sottovalutate”, offrendo opportunità a chi ha la pazienza e la lucidità di restare. Gli investitori più esperti possono addirittura spingersi oltre, cercando occasioni di acquisto proprio nei momenti di maggior tumulto.

3. Il market timing è un nemico dei rendimenti

Il prezzo del panico è altissimo. Chi ha convertito le proprie posizioni in liquidità durante i periodi di elevata volatilità (misurata dall’indice Vix, il cosiddetto “indice della paura”) ha ridotto drammaticamente i propri rendimenti di lungo periodo. L’esempio più eloquente riguarda gli investitori che, dal 1990, hanno spostato il denaro in liquidità quando il Vix superava la sua media storica, per poi tornare in azione quando l’indice scendeva sotto tale soglia. Il risultato? Rendimenti ridotti di quasi l’80% rispetto a chi era rimasto investito. Anche provando a essere più “disciplinati”, passando alla liquidità solo quando il Vix si trovava nel 5% superiore del suo intervallo storico, i risultati non sarebbero migliorati di molto: i rendimenti sarebbero comunque dimezzati. La lezione è semplice: la strategia più redditizia è sempre stata quella di rimanere completamente investiti, senza reagire alla volatilità.

4. Le azioni battono la liquidità (anche nel breve)

La liquidità dà un’illusione di sicurezza, ma i numeri raccontano una verità diversa. Dal 1990, su orizzonti temporali brevi come un mese, azioni e liquidità hanno performance simili nel generare rendimenti superiori all’inflazione (entrambe intorno al 60% dei casi). Ma già su periodi di 12 mesi o più, il divario si apre nettamente. A tre anni, le azioni generano rendimenti superiori all’inflazione tre volte su quattro, contro circa la metà dei casi per la liquidità. A dieci anni, il confronto è 87% contro 54%. Su vent’anni, le azioni superano l’inflazione nel 100% dei casi, mentre la liquidità si ferma al 64%.

La virtù della pazienza

Il termine “panico” ha una connotazione negativa per una buona ragione: suggerisce una reazione impulsiva, dettata dalla paura, che quasi sempre produce conseguenze indesiderate. In momenti come quello attuale, con la guerra in Iran che tiene i mercati con il fiato sospeso, la tentazione di “fare qualcosa” è fortissima. Ma la storia insegna che, per gli investitori, la miglior cosa da fare è spesso la più difficile: non fare nulla. Mantenere la rotta, seguire il piano costruito in tempi di calma, resistere all’impulso di reagire. Perché, come dimostrano i numeri, chi riesce a tenere i nervi saldi quando tutti intorno si agitano, alla fine viene quasi sempre premiato.


Fonte: Scarica qui il pdf dell’articolo di Schroders


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