Il dato sull’inflazione americana scuote i listini, mentre i Treasury tornano a farsi comprare
Una lettura dell’inflazione statunitense più alta del previsto ha fatto scattare ieri un’ondata di vendite sui mercati azionari, che questa mattina si è propagata anche in Asia. A Seul la Borsa è arrivata a perdere fino al 9%, travolta dal crollo dei grandi produttori di memorie per chip destinati all’intelligenza artificiale, mentre Tokyo ha ceduto circa il 5%.
Il dato che ha acceso la miccia
A settembre i prezzi al consumo americani sono saliti del 3,7% su base annua, oltre le attese, per effetto del rincaro dei carburanti legato al conflitto con l’Iran. Anche l’inflazione core, cioè al netto di energia e alimentari, ha sorpreso leggermente al rialzo: +0,3% sul mese e +2,6% sull’anno, contro il +0,2% e il +2,5% stimati dagli economisti. Bastato questo scarto per riaccendere le scommesse su un nuovo aumento dei tassi della Federal Reserve: la probabilità di un rialzo da 25 punti base alla riunione del 27-28 ottobre è salita al 31,6%, dal 22,1% che il mercato prezzava prima della pubblicazione. Wall Street ha chiuso in netto calo, con l’S&P 500 in flessione dell’1,1% e il Nasdaq 100 che ha lasciato sul terreno quasi il 2%.
Secondo Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners SGR, la reazione appare sproporzionata rispetto a un report peggiore delle attese ma non drammatico. Va però ricordato, osserva, che l’S&P 500 viaggiava a ridosso dei massimi nonostante diversi elementi di cautela: i dubbi sul settore tecnologico legati all’intelligenza artificiale, la tenuta del petrolio che continuava a pesare sui rendimenti, trimestrali bancarie nel complesso poco brillanti e l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato con il loro carico di incertezza.
Si torna a comprare titoli di Stato
Sul fronte obbligazionario la reazione è stata di segno opposto. I Treasury hanno ritrovato domanda e il rendimento del decennale è sceso fino al 5,1%. Nei giorni scorsi BlackRock aveva ridotto il sottopeso sui titoli di Stato americani e portato a neutrale la propria posizione sull’azionario. Dall’inizio del mese i flussi verso il comparto obbligazionario si sono intensificati: circa 14 miliardi di dollari sono confluiti nei fondi esposti ai governativi USA, dopo gli afflussi netti record da 59,3 miliardi registrati nel terzo trimestre.
Il settore AI finisce sotto pressione
A pagare il prezzo più alto sono stati i titoli legati agli investimenti in intelligenza artificiale, in un momento in cui tornano a farsi sentire i timori per il ricorso massiccio al debito necessario a finanziare data center e corsa ai chip. La preoccupazione degli investitori è che i capitali enormi impiegati nel settore non producano rendimenti sufficienti a giustificare valutazioni e costi di finanziamento.
Il Philadelphia Semiconductor Index ha perso il 4,3%, accumulando un calo di quasi il 12% rispetto a martedì della settimana precedente. Nvidia e Meta hanno ceduto circa il 3,2% ciascuna, Oracle l’8,8%, mentre il tonfo più vistoso è stato quello di CoreWeave, con un -15%. In Asia hanno sofferto i due colossi delle memorie per chip AI, già in difficoltà nei giorni precedenti per la crescente concorrenza cinese: SK Hynix ha perso il 12,4% e Samsung Electronics l’11%, mentre a Tokyo Kioxia è crollata di oltre il 13%.
Il caso CoreWeave e i dubbi sul boom dell’AI
Dietro le vendite c’è un interrogativo di fondo: il boom dell’intelligenza artificiale è sostenibile dal punto di vista finanziario? Le big tech e gli operatori delle infrastrutture stanno raccogliendo capitali sul mercato obbligazionario per finanziare investimenti sempre più imponenti in data center e capacità di calcolo, e cresce il dubbio che il mercato possa assorbire all’infinito una simile mole di emissioni senza pretendere rendimenti più alti. Eric Johnston, chief market strategist di Cantor Fitzgerald Asset Management, ricollega il calo delle aziende attive nelle memorie e nel cosiddetto neocloud proprio alla crescente preoccupazione sulla capacità dei mercati dei capitali di sostenere questa spesa.
CoreWeave è il caso più emblematico. Il suo amministratore delegato, Mike Intrator, ha giudicato irrazionale la reazione del mercato, attribuendo il peggioramento del clima anche al ritiro della prevista IPO australiana di Firmus e alle difficoltà di finanziamento di altre società del settore. Intanto, il rendimento di un’obbligazione CoreWeave con scadenza luglio 2032 è salito questa settimana fino al 15%, un livello tipicamente associato a debito in sofferenza. Nei giorni scorsi anche Hock Tan, CEO di Broadcom, aveva messo in guardia dal fatto che alcuni investitori tecnologici non sembrano comprendere fino in fondo ciò in cui stanno investendo, arrivando a paragonare a tratti il mercato a un casinò.
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