Pubblicato il 8 ottobre 2026 su Punti di vista sul mercato

Euro ai minimi da 17 mesi: tra crisi fiscale francese e dollaro forte, quanto può scendere ancora?

L’euro continua a perdere terreno sul dollaro, e il movimento ha preso nuovo slancio fino a riportare la moneta unica ai minimi degli ultimi 17 mesi. Il cambio EUR/USD è sceso sotto quota 1,12 per la prima volta da maggio 2025, spinto da due fattori: i primi segnali di tensione sui conti pubblici francesi e dati economici americani più solidi del previsto. Secondo gli strategist valutari, c’è spazio per ulteriori cali, sia contro il dollaro sia contro le valute asiatiche. Le prospettive di recupero dipenderanno dal voto sul bilancio francese, dalla traiettoria dei tassi della Fed, dall’andamento dei prezzi energetici e dalla riunione della BCE del 29 ottobre.

Il caso Francia: da dove nascono i timori

L’ultimo innesco delle vendite arriva da Parigi. La crescente preoccupazione per il deficit di bilancio ha provocato una brusca ondata di vendite sui titoli di Stato francesi, riportando alla mente il rischio di una crisi simile a quella vissuta dall’area euro nel 2011. Le difficoltà più immediate sono rese più pesanti dall’incertezza politica in vista delle presidenziali del 2027, in cui i candidati anti-sistema potrebbero ottenere risultati record. Nel frattempo, l’euro ha perso quasi il 2% sul franco svizzero e circa l’1% sullo yen nel corso di ottobre.

Secondo MUFG Research, lo spread decennale tra Francia e Germania si è quasi raddoppiato nell’arco di un mese, arrivando a circa 150 punti base, il livello più alto dal picco della crisi del debito dell’eurozona. L’anno prossimo la Francia dovrà collocare un volume record di debito, pari a 340 miliardi di euro. Il piano di bilancio presentato la scorsa settimana prevede un risanamento da 54 miliardi, con l’obiettivo di portare il disavanzo del 2027 al 5% del PIL. Poco prima della sua presentazione, il rendimento dei titoli di Stato francesi decennali (OAT) aveva toccato il massimo dal 2002.

Sul piano politico, a ridosso delle presidenziali di aprile, il Partito Socialista ha escluso di sostenere il bilancio, lasciandone potenzialmente le sorti nelle mani del Rassemblement National, la cui leader Marine Le Pen guida i sondaggi. Francesco Pesole, strategist valutario di ING, giudica il piano utile a guadagnare tempo ma non a risolvere i problemi strutturali del deficit; finché nessuna forza politica proporrà tagli di spesa dettagliati, osserva, i mercati hanno pochi motivi per eliminare il premio al rischio dai titoli francesi. Claudio Wewel, strategist di J. Safra Sarasin, richiama invece la frammentazione del quadro politico, che renderà la nascita di coalizioni di consenso ancora più difficile che in passato.

Secondo Pesole l’euro risente della situazione francese attraverso due canali. Uno diretto, con l’aggiunta di un premio al rischio fiscale, e uno indiretto, con il ridimensionamento delle attese sui tassi BCE: i derivati indicano oggi una probabilità del 15,2% di un rialzo a ottobre, contro il 20,3% di inizio settembre.

L’altra metà del quadro: gli Stati Uniti

La Francia, però, spiega solo una parte del movimento. I segnali di inflazione negli Stati Uniti hanno rafforzato le attese di un ulteriore rialzo dei tassi da parte della Fed, e l’indice del dollaro DXY ha toccato quota 102,2, il massimo dall’inizio dell’anno, contro i 98,3 di fine 2025.

Federico Cesarini, responsabile azionario mercati sviluppati, forex e asset digitali all’Amundi Investment Institute, mette la Fed al centro della dinamica. Il messaggio uscito dal simposio di Jackson Hole a fine agosto, seguito dal rialzo dei tassi di settembre, ha costretto gli investitori a chiedersi dove possa fermarsi il ciclo restrittivo americano; per Cesarini, buona parte del movimento dell’euro dipende dal brusco ridimensionamento delle attese sui Fed funds avviato dopo Jackson Hole. Wewel aggiunge che la maggiore forza dell’economia statunitense aveva già penalizzato l’euro per tutto settembre, mentre Chris Turner, responsabile dei mercati di ING, attribuisce i minimi della moneta unica più a una rivalutazione in chiave restrittiva della politica Fed che a una debolezza propria dell’area euro.

Fin dove può spingersi il ribasso

Lunedì il cambio è risalito appena sopra 1,12 dopo aver toccato 1,116, ma Pesole non scommette su un rimbalzo duraturo. Con il premio fiscale ancora relativamente contenuto, ritiene possibile un test di quota 1,11 e persino 1,10 se le tensioni sul mercato obbligazionario dovessero accentuarsi. Turner ipotizza che, con dati americani ancora solidi, la coppia possa muoversi nella fascia 1,11-1,12. Anche Wewel si attende ulteriori ribassi contro il dollaro, parlando di un “doppio colpo” dato dalla rinnovata superiorità della crescita USA e dai timori sul bilancio francese. Prevede inoltre che l’EUR/CHF continui a scendere, in linea con la storica correlazione con lo spread OAT-Bund, e una reazione più contenuta sul cambio con lo yuan, data la debolezza della crescita cinese.

Per Pesole il franco svizzero rappresenta un rifugio interessante di fronte ai rischi fiscali dell’eurozona: un EUR/USD a 1,11 equivarrebbe a un EUR/CHF tra 0,920 e 0,925. Il franco ha però fragilità proprie, tra cui la recente e sorprendente decisione della Banca nazionale svizzera di lasciare il tasso di riferimento allo 0%, che potrebbero impedirgli di sovraperformare il dollaro in modo significativo.

Un rimbalzo è possibile?

Sulla durata della fase negativa gli analisti non concordano. Wewel la considera un’oscillazione temporanea: nel medio termine l’euro dovrebbe recuperare man mano che, sotto la pressione dell’UE, si raggiungerà un compromesso politico. Pesole è più prudente e giudica la reazione finora contenuta un segnale che il mercato abbia ancora molto da scontare sul fronte fiscale.

Sul lato del dollaro, un miglioramento a breve non sembra probabile. Un deciso rallentamento della marcia dei rialzi Fed aiuterebbe l’euro, ammette Wewel, ma non lo prevede: ritiene le condizioni finanziarie americane non abbastanza restrittive e si attende che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sostenga la crescita USA fino al 2027. Un ridimensionamento di attese sui tassi e rendimenti richiederebbe uno sgonfiamento marcato della dinamica macroeconomica americana o una forte correzione dei mercati azionari. Cesarini concorda che sia difficile immaginare un calo deciso del dollaro: con i tassi in salita e gli investitori che mantengono rischio su azioni, materie prime e credito, la liquidità in dollari resta uno dei migliori strumenti di diversificazione, e questo limita automaticamente il margine di rialzo dell’EUR/USD da questi livelli.

Per l’euro potrebbe invece rivelarsi favorevole, nel medio termine, un calo dei prezzi energetici, anche se Wewel nota come il presidente americano Donald Trump sembri disposto a inasprire lo scontro con l’Iran. Pesole osserva che una parte dell’allargamento dello spread francese riflette i costi dell’energia, che potrebbero scendere in fretta se la situazione geopolitica si stabilizzasse.

Un euro più debole, d’altra parte, non è un male per tutti: secondo Wewel potrebbe sostenere la crescita dell’eurozona, ma solo se gli spread francesi smettessero di allargarsi. In caso contrario, i premi al rischio salirebbero e a risentirne sarebbero sia le obbligazioni sia le azioni europee.

Le prossime date da segnare

I catalizzatori da monitorare sono il voto sul bilancio francese, la riunione BCE del 29 ottobre, la decisione Fed di dicembre e un’eventuale inversione di rotta dei prezzi energetici. Il mercato attende inoltre i dettagli del contro-bilancio di Le Pen, ricorda Pesole.


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