Pubblicato il 16 aprile 2026 su Punti di vista sul mercato

DWS: “Volatilità alta ma scenario costruttivo. Ecco dove trovare opportunità nonostante la guerra”

Le tensioni geopolitiche tornano al centro della scena e mettono alla prova la resilienza dei mercati finanziari. Dopo settimane di forte nervosismo, il temporaneo cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran ha contribuito a riportare una relativa calma, senza però dissipare i dubbi su un quadro di fondo che resta fragile.

“Previsioni significative su come e quando la crisi finirà sono al momento difficilmente realizzabili”, ha dichiarato Vincenzo Vedda, chief investment officer di DWS, nel corso di una conferenza stampa. Il rientro della volatilità, con l’indice VIX sceso dopo il picco, non cancella una realtà complessa: dall’inizio del conflitto, le principali asset class hanno registrato perdite diffuse, incluse quelle tradizionalmente difensive.

Il nodo Hormuz e l’impatto storico delle crisi

A pesare è soprattutto il rischio legato allo Stretto di Hormuz e alle catene di approvvigionamento energetiche, con effetti che potrebbero protrarsi anche in caso di de-escalation. Secondo Vedda, il comportamento dei mercati ricalca schemi storici osservati in altri eventi geopolitici.

“Abbiamo analizzato oltre venti crisi del passato e, nella maggior parte dei casi, l’impatto sui mercati è stato significativo ma temporaneo”, ha spiegato. La variabile chiave resta la durata del conflitto: solo uno shock prolungato potrebbe tradursi in effetti più persistenti su inflazione e crescita. In questo senso, la fase attuale è ancora di transizione, con gli operatori che continuano a ricalibrare le aspettative in funzione del flusso di notizie.

L’equilibrio macro e il prezzo del petrolio

Il principale canale di trasmissione della crisi resta il prezzo dell’energia. Secondo le stime di DWS, l’aumento del petrolio potrebbe ridurre la crescita europea di circa mezzo punto percentuale, ma produrre un impatto più contenuto negli Stati Uniti.

“Dieci dollari in più sul greggio equivalgono a circa 0,1% di crescita in meno e 0,2% di inflazione in più”, ha precisato Vedda. Tuttavia, il quadro complessivo appare sotto controllo. Le curve forward indicano quotazioni in calo nei prossimi mesi, sebbene su livelli superiori al periodo pre-crisi. Una circostanza che suggerisce un impatto economico non nullo ma gestibile, anche grazie a effetti compensativi come il rafforzamento del turismo europeo o la riallocazione dei flussi globali.

Il ruolo delle banche centrali

Secondo Vedda, le banche centrali giocano un ruolo cruciale in questa fase. La BCE si trova in una posizione più complessa rispetto alla controparte americana. “Il rialzo delle aspettative di inflazione di lungo termine rappresenta un problema per l’Eurotower, che potrebbe mantenere una retorica hawkish e valutare anche uno o due rialzi se necessario”, ha osservato.

Diversa la situazione della Federal Reserve, dove le aspettative inflazionistiche appaiono più ancorate. “Dato che la politica monetaria resta restrittiva, l’istituto può permettersi di attendere e anche di tagliare i tassi”. Sul fronte obbligazionario, questo avrebbe implicazioni chiare: “A condizione che le aspettative di inflazione non aumentino ulteriormente in modo significativo, vediamo spazio per un leggero calo dei rendimenti e quindi per guadagni in conto capitale”.

Nuovi driver di mercato: la transizione industriale

Al di là delle dinamiche di breve periodo, Vedda individua trend strutturali destinati a guidare i mercati nei prossimi anni. Anzitutto il passaggio da un modello dominato da asset “capital light” a uno più legato a infrastrutture, energia e manifattura avanzata.

“Dopo anni di concentrazione su poche grandi società tecnologiche, stiamo assistendo a un allargamento delle opportunità”, ha osservato. Tra i settori favoriti emergono le fonti alternative e il nucleare, ma anche l’ingegneria e la difesa, insieme a tutti quei comparti legati alla transizione tecnologica: dai materiali alle utility fino alla robotica.

Un ruolo centrale sarà giocato dalla crescente domanda di energia, sempre più connessa allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. “Se energia è uguale ad AI, allora il fabbisogno energetico diventa il vero vincolo della crescita futura”. Questo implica investimenti significativi nelle reti, nella capacità produttiva e nelle tecnologie di stoccaggio.

Largo alla diversificazione geografica

Il trend della transizione rafforza anche il tema della diversificazione geografica. Pur mantenendo fiducia negli Stati Uniti, DWS vede opportunità crescenti in Europa e Asia, soprattutto lungo la filiera industriale e dei semiconduttori.

“Non si tratta di abbandonare l’America, ma di ampliare l’esposizione”, ha concluso Vedda, sottolineando come le valutazioni relative e i cambiamenti strutturali rendano sempre più rilevante un approccio globale e bilanciato. A ciò si aggiunge una riflessione di lungo periodo: mercati meno concentrati e più diversificati potrebbero offrire rendimenti più stabili, anche in un contesto di shock geopolitici ricorrenti.


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