Pubblicato il 30 aprile 2026 su Punti di vista sul mercato

Dopo lo shock petrolifero, le lezioni degli anni ’70: come la transizione energetica diventa un’opportunità per gli investitori

Lo shock energetico innescato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz alla fine di febbraio si sta ripercuotendo sull’economia mondiale, e la portata complessiva del suo impatto – inclusi i probabili e complessi effetti a catena – è tutt’altro che chiara. Si tratta del secondo grande shock energetico degli anni 2020, mentre molte economie stanno ancora adattandosi al primo, scatenato nel 2022 dall’invasione russa dell’Ucraina.

Guardando più indietro, agli shock comparabili degli anni ’70, emergono potenziali conseguenze profonde che potrebbero protrarsi per decenni. Paesi e blocchi commerciali si affrettano a rafforzare le proprie forniture energetiche, intraprendendo nuove direzioni di politica economica con implicazioni che toccano ogni settore e asset class. Per gli investitori questo comporta nuovi rischi, ma anche opportunità significative: dalla revisione delle politiche sui progetti di idrocarburi al rafforzamento delle ragioni a favore di un “dividendo della decarbonizzazione”, con energia a basse emissioni e prodotta internamente che riduce la dipendenza dalle importazioni.

Chi è più esposto allo shock

Le economie asiatiche sono quelle che subiranno gli effetti più pesanti. Importano oltre l’80% delle spedizioni di petrolio e gas che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz, il che le rende altamente vulnerabili a interruzioni dell’offerta e a picchi dei prezzi. L’esposizione diretta dell’Europa è minore (importa solo circa il 5% del petrolio greggio e il 13% del GNL attraverso lo Stretto), ma non è al riparo. L’energia è prezzata sui mercati globali e una corsa agli approvvigionamenti di GNL, con Europa e Asia in competizione diretta, potrebbe mantenere i prezzi elevati più a lungo.

In Asia, il Giappone appare il più esposto all’aumento dei prezzi dei combustibili fossili, dato che importa l’84% del proprio fabbisogno energetico, seguito dalla Corea del Sud con circa l’80%. In Europa, Italia, Spagna e Germania importano più di due terzi della loro energia. Con le rotte commerciali interrotte e i costi energetici in aumento, queste economie affrontano la classica minaccia di stagflazione: crescita più debole accompagnata da una rinnovata pressione inflazionistica.

Lo shock accelera il cambiamento strutturale

Gli shock energetici raramente si concludono con un semplice ritorno dei prezzi ai livelli precedenti. Più spesso costringono a ripensare la strategia energetica, mentre governi e aziende rivalutano con urgenza la resilienza, diversificano le fonti di approvvigionamento e accelerano gli investimenti in sistemi energetici meno volatili e meno esposti alle interruzioni geopolitiche. Abbiamo già visto questo schema in passato.

Le lezioni degli anni ’70

L’embargo petrolifero del 1973 e il successivo shock del 1979 misero in luce una vulnerabilità profonda: la dipendenza schiacciante dai combustibili fossili importati da regioni geopoliticamente instabili. Il risultato non fu semplicemente un aumento temporaneo dei prezzi, ma un cambiamento strutturale nella politica energetica di molti paesi.

Le risposte furono diverse e portarono a esiti molto differenti. La Francia reagì con decisione, lanciando il Piano Messmer che portò al più rapido sviluppo su larga scala dell’energia nucleare nella storia moderna, rimodellando il sistema elettrico del paese per decenni. La Danimarca intensificò l’esplorazione nel Mare del Nord, diventando autosufficiente nel gas naturale già nel 1984 e nel petrolio nel 1993, e fu tra i primi pionieri dell’energia eolica commerciale. L’Italia rappresenta un approccio contrastante: piuttosto che ridurre significativamente la dipendenza dai combustibili fossili importati, rimase fortemente dipendente, con politiche orientate alla diversificazione (passando dal petrolio al gas, importato principalmente dal Nord Africa e dalla Russia). Questo periodo vide anche una più ampia svolta dell’Europa occidentale verso il gas russo, con la costruzione di gasdotti che collegavano l’Unione Sovietica all’Europa occidentale, ponendo le basi per una dipendenza che è cresciuta nei decenni successivi.

Il dividendo della decarbonizzazione

L’invasione dell’Ucraina ha messo in evidenza la sicurezza energetica come ulteriore motore della transizione lontano dai combustibili fossili. L’energia rinnovabile non è solo un percorso verso minori emissioni, ma riduce anche la dipendenza dalle importazioni. In Europa, lo slancio è stato concreto: nel 2025, eolico e solare hanno generato più elettricità nell’UE rispetto ai combustibili fossili per la prima volta, limitando l’esposizione dell’Europa a shock esterni. Anche i paesi asiatici, colpiti dallo shock del 2022, hanno aumentato la quota di rinnovabili nella produzione elettrica, poiché il vantaggio relativo in termini di costo rispetto a petrolio e gas è diventato evidente.

Perché le rinnovabili contano per la sicurezza (e per i costi)

Il conflitto con l’Iran riporta le energie rinnovabili al centro dell’attenzione come strumento strategico per l’indipendenza energetica. Le tecnologie solari ed eoliche non richiedono combustibili fossili, quindi i loro costi di generazione sono meno esposti alle oscillazioni dei mercati globali. Nei mercati elettrici europei, il generatore più costoso necessario per soddisfare la domanda (tipicamente il gas) determina spesso il prezzo all’ingrosso. Con l’aumento della produzione da rinnovabili a basso costo, queste tendono a sostituire più frequentemente gas e carbone, riducendo le ore in cui i fossili fissano il prezzo.

La Spagna offre un esempio chiaro: un’analisi di Ember rileva che la forte crescita di solare ed eolico ha contribuito a disaccoppiare progressivamente i prezzi dell’elettricità spagnola da quelli del gas. Nella prima metà del 2019, i prezzi dell’energia riflettevano il costo della generazione fossile nel 75% delle ore; nello stesso periodo del 2025, questa quota è scesa al 19%. Anche con il forte aumento dei prezzi del gas legato al conflitto con l’Iran, l’elettricità in Spagna rimane tra le più economiche in Europa.

Opportunità per gli investitori

Per gli investitori, lo shock di Hormuz apre scenari interessanti su più fronti. Nel breve termine, i governi potrebbero aumentare le scorte di petrolio e gas come cuscinetto, creando domanda per infrastrutture di stoccaggio. Nel lungo periodo, l’accelerazione verso la decarbonizzazione e l’indipendenza energetica favorirà i settori delle energie rinnovabili (solare, eolico), delle tecnologie di stoccaggio (batterie, idrogeno), delle reti e infrastrutture (smart grid, interconnessioni) e dell’efficienza energetica. Anche il nucleare, in alcuni paesi come la Francia, potrebbe ricevere rinnovato impulso. La lezione della storia è chiara: gli shock energetici, per quanto dolorosi, hanno spesso catalizzato trasformazioni profonde e durature, creando opportunità per chi sa guardare oltre l’emergenza immediata.


Fonte: Scarica il report


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