Pubblicato il 10 settembre 2026 su Punti di vista sul mercato

Conti correnti italiani: 900 miliardi fermi e il costo nascosto dell’immobilismo

Non è una sorpresa: gran parte dei risparmi delle famiglie italiane resta ferma sui conti correnti, invece di essere messa a frutto. A quantificare il fenomeno è l’European Wealth Drain Index di Revolut, che stima in 901,8 miliardi di euro il capitale bancario “passivo” detenuto dagli italiani. Una cifra enorme che, sempre secondo lo studio, priva l’economia di circa 56,5 miliardi di euro di crescita potenziale ogni anno.

Il primo costo di questa inerzia si chiama inflazione. Con un tasso medio dell’1,60%, ogni 10mila euro tenuti fermi perdono circa 160 euro l’anno in potere d’acquisto. Spostando la stessa somma su un deposito vincolato, ai tassi medi italiani del periodo (2,80%), il rendimento reale salirebbe a circa 120 euro annui. Ma è guardando ai mercati che il divario si allarga davvero: prendendo come riferimento il rendimento annualizzato a dieci anni di un ETF sull’indice MSCI Europe (9,06%), la mancata crescita di quegli stessi 10mila euro lasciati sul conto arriva a circa 626 euro l’anno.

Non è solo una questione di tassi

Dietro ai numeri ci sono anche fattori più “umani”: scarsa educazione finanziaria, abitudini radicate e una gestione del denaro spesso dispersiva. Su un campione di mille italiani intervistati, più della metà (54%) non sa valutare correttamente se i propri risparmi rendono più o meno dell’inflazione. Il 25,5% ammette di non saperlo proprio, il 17,7% crede erroneamente che i tassi siano superiori all’inflazione, e un altro 10,8% li considera sostanzialmente allineati.

Cambiare banca? Meglio di no, dicono in tanti

Quasi 7 italiani su 10 (67,9%) non hanno mai cambiato istituto bancario alla ricerca di condizioni migliori. Le ragioni sono soprattutto psicologiche più che economiche: il 22,4% resta legato a una banca di fiducia, il 21,8% non saprebbe dove guardare per trovare alternative, e per il 18% la differenza di rendimento non varrebbe comunque lo sforzo del cambiamento. È quella che lo studio chiama “inerzia del risparmio”: il denaro resta dov’è, anche quando altrove renderebbe di più.

Troppe app, poca chiarezza

Anche la tecnologia, paradossalmente, può complicare le cose. Oltre il 43% degli intervistati usa più app finanziarie contemporaneamente, e per più della metà di questi (53%) la frammentazione tra piattaforme diventa essa stessa un freno a investire. Il 36,7% fatica a capire quanto potrebbe permettersi di investire, mentre il 17,1% trova troppo complicato spostare denaro da una piattaforma all’altra. Più strumenti digitali, insomma, non significano automaticamente più consapevolezza o più facilità nel gestire i propri risparmi.

Cosa frena davvero gli investimenti

Tra chi non investe, la paura del rischio è l’ostacolo principale (24,3%), seguita a breve distanza dalla mancanza di competenze adeguate (22,5%). Ma lo studio individua anche possibili leve di cambiamento: il 35,1% degli intervistati sarebbe più propenso a iniziare investendo piccole somme, il 33,5% chiede maggiore trasparenza sui rischi, e il 14,3% vorrebbe più formazione finanziaria integrata direttamente negli strumenti digitali che già usa.


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Nota sulla redazione: Questo articolo è stato elaborato con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per finalità di assistenza redazionale ed è stato verificato e approvato dalla redazione prima della pubblicazione.

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