Addio premio di guerra: il petrolio cancella i rialzi del conflitto. Tra nuove rotte, petroliere in movimento e stime in ribasso
Il mercato petrolifero ha archiviato, almeno per il momento, i timori legati al conflitto in Medio Oriente. Il Brent ha cancellato integralmente i guadagni accumulati durante la guerra: nella mattina del 25 giugno, il prezzo del barile con consegna ad agosto è sceso fino a 72,44 dollari, portandosi al di sotto dei 72,48 dollari del 27 febbraio, il giorno prima dei raid di Washington contro Teheran. Nelle contrattazioni successive, il Brent ha oscillato intorno ai 75 dollari al barile, con un rimbalzo tecnico legato a nuovi episodi di tensione nelle acque dello Stretto.
Analogo il trend per il Wti che, dopo aver raggiunto a marzo un massimo superiore a 119 dollari al barile, si trova ormai vicino alla soglia di 67 dollari registrata prima dell’escalation. Secondo quanto dichiarato da Carolyn Kissane, associate dean del Center for Global Affairs della New York University, il mercato ha compiuto una rapida inversione di narrativa: nel giro di meno di due settimane si è passati dal timore di una carenza di offerta alla convinzione che la disponibilità di greggio possa superare la domanda.
La distensione tra Washington e Teheran
A favorire il raffreddamento dei prezzi è stato soprattutto il progresso dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Secondo quanto riportato dall’emittente panaraba Al Arabiya, il protocollo d’intesa – che sarà firmato sul Bürgenstock, in Svizzera – include la fine della guerra su tutti i fronti, la revoca del blocco navale statunitense nello Stretto di Hormuz e il ripristino del traffico marittimo da parte di Teheran “ai livelli prebellici” entro trenta giorni. Il documento prevede inoltre che l’Iran “non produrrà mai armi nucleari”, lo sblocco dei beni iraniani congelati e deroghe per le esportazioni di petrolio iraniano. L’accordo finale sarà approvato tramite una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
L’ottimismo degli investitori si è tradotto in una maggiore fluidità dei traffici marittimi. Tra il 23 e il 24 giugno, 42 navi mercantili hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, il numero più alto dall’inizio della guerra, anche se si tratta ancora di circa un terzo dei passaggi medi in tempo di pace (120 imbarcazioni al giorno). Secondo i dati della società di tracciamento Kpler, oltre 20 petroliere, con un carico complessivo stimato in circa 35 milioni di barili di greggio atteso ai porti di destinazione in Asia entro l’inizio di agosto, hanno attraversato lo Stretto dopo l’intesa. Le navi, che non battevano bandiera iraniana, erano rimaste bloccate nel Golfo Persico per oltre tre mesi.
L’Iran ha inoltre spostato diverse petroliere in vista dell’accordo. Quattro navi, tra cui due superpetroliere in grado di trasportare fino a due milioni di barili di greggio ciascuna, hanno riattivato i transponder e sono apparse in navigazione in uscita dallo Stretto di Hormuz o dal Golfo di Oman. Secondo Kpler, circa 68 milioni di barili di petrolio iraniano risultano attualmente bloccati a causa delle sanzioni. Il loro potenziale rilascio sul mercato aggiungerebbe ulteriore offerta a un comparto già sotto pressione.
Permangono tuttavia elementi di incertezza geopolitica. La Marina dei Pasdaran iraniani ha avvertito che il transito nello Stretto sarà consentito esclusivamente lungo rotte designate da Teheran, ribadendo che eventuali violazioni comporteranno interventi. Inoltre, il 25 giugno un’imbarcazione è stata colpita al largo delle coste dell’Oman, riaccendendo per un momento i timori sulla sicurezza della navigazione. Un segnale che, nonostante la distensione, il rischio operativo lungo uno dei principali chokepoint energetici globali resti ancora presente.
J.P. Morgan taglia le stime sul Brent
In questo contesto J.P. Morgan ha rivisto al ribasso le proprie previsioni sul Brent per la seconda metà del 2026. La banca d’affari prevede ora un prezzo medio di 86 dollari al barile nel terzo trimestre e di 80 dollari nel quarto trimestre, con una quotazione attesa a 78 dollari entro la fine dell’anno.
Alla base della revisione vi sono prelievi dalle scorte commerciali dell’area Ocse inferiori alle attese e una domanda globale più debole rispetto alle precedenti stime. Secondo gli analisti, il riequilibrio del mercato è avvenuto principalmente attraverso una riduzione dei consumi piuttosto che tramite un significativo assorbimento delle scorte. I flussi petroliferi globali viaggiano attualmente intorno a 8,6 milioni di barili al giorno e hanno registrato una media di 6,3 milioni di barili giornalieri nel mese di giugno, livelli superiori rispetto a quelli osservati in aprile e maggio.
La banca ritiene inoltre che, dopo una fase di produzione massimizzata nella parte finale del 2026, possa rendersi necessario un intervento di riduzione dell’offerta all’inizio del 2027 per evitare che l’eccesso di greggio previsto eserciti ulteriori pressioni ribassiste sulle quotazioni.
Riviste al ribasso anche le stime di Citi
Anche Citi ha tagliato le proprie previsioni. Gli analisti della banca americana hanno rivisto al ribasso le stime sul Brent, portandole a 75 dollari al barile per il terzo trimestre e a 70 dollari per il quarto trimestre del 2026. Per il 2027, la previsione è stata abbassata da 80 a 65 dollari al barile. Il cambio di scenario, secondo Citi, indica un progressivo orientamento verso un mercato ribassista.
Gli analisti del banco hanno osservato che il peggio potrebbe essere ormai alle spalle per le strategie di “curve-carry” sulle materie prime, penalizzate durante la guerra dallo shock sui prezzi a breve termine. Questo tipo di operatività si basa sullo sfruttamento della forma della curva dei futures: gli investitori tendono a vendere i contratti a breve scadenza e ad acquistare quelli a scadenze più lontane, beneficiando di una struttura di mercato stabile o in contango moderato.
Secondo gli analisti di ANZ Research, “l’aumento del traffico attraverso lo Stretto sta alimentando la speranza che il peggio delle interruzioni delle forniture sia ormai alle spalle”. Tuttavia, l’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che la piena ripresa delle attività nello Stretto porterà a una notevole sovrapproduzione nel 2027, con l’offerta che dovrebbe aumentare di 8 milioni di barili al giorno mentre la domanda potrebbe crescere solo di 2 milioni di barili al giorno. Un eccesso di offerta che potrebbe mantenere la pressione ribassista sulle quotazioni anche nei prossimi anni.
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