Pubblicato il 18 settembre 2026 su Punti di vista sul mercato

Tassi in salita: come far fruttare davvero la liquidità ferma sul conto

La Banca Centrale Europea ha recentemente alzato il tasso di riferimento di 0,25 punti percentuali, portandolo al 2,50%. Si tratta del secondo rialzo negli ultimi tre anni, dopo quello dello scorso giugno. Un movimento che, come spiega il consulente finanziario Costantino Forgione, autore del libro “Investire senza trappole”, ha conseguenze molto concrete sui portafogli degli investitori, ma apre anche opportunità interessanti per chi tiene liquidità ferma sul conto.

Cosa cambia in un portafoglio diversificato

L’effetto più immediato di un rialzo dei tassi riguarda la componente obbligazionaria: quando i rendimenti salgono, i prezzi delle obbligazioni scendono, e l’impatto è tanto più marcato quanto maggiore è la duration degli strumenti in portafoglio.

Non tutte le scadenze reagiscono allo stesso modo. Le obbligazioni a breve termine seguono da vicino l’andamento dei tassi decisi dalla banca centrale, quelli appena rialzati. Le obbligazioni a lungo termine, invece, riflettono soprattutto le aspettative future, che possono muoversi in direzione diversa: se il mercato si aspetta che l’aumento dei tassi riesca a contenere l’inflazione e che l’economia possa poi rallentare, inducendo la BCE a tagliare i tassi in futuro, è possibile assistere a un rialzo dei tassi a breve accompagnato da un calo di quelli a lunga scadenza. Una dinamica già osservata in passato.

Anche l’azionario risente dell’aumento dei tassi: un costo del finanziamento più elevato può comprimere gli utili aziendali e portare a una riduzione dei dividendi. Se contemporaneamente le obbligazioni offrono rendimenti più attraenti, alcuni investitori possono decidere di spostare capitale dalle azioni alle obbligazioni. Anche le materie prime ne risentono: detenere oro, che non produce reddito, diventa relativamente più oneroso in un contesto di tassi più alti. Nel complesso, l’aumento dei tassi si riflette quindi su tutte le componenti di un portafoglio diversificato.

Il costo dell’immobilismo

Secondo i dati della Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI), a fine 2025 gli italiani avevano oltre 1.600 miliardi di euro fermi sui conti correnti, 23 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Una situazione non esclusivamente italiana, comune a livello europeo, che comunque genera un beneficio per il sistema bancario: quella liquidità costituisce la raccolta con cui gli istituti finanziano imprese e famiglie, anche se resta improduttiva per chi la detiene.

Chi lascia i soldi sul conto è spesso un risparmiatore prudente, non necessariamente disinformato o disinteressato, ma frequentemente frenato dall’incertezza su come investire. Vale però la pena ricordare che è possibile investire anche con un livello di rischio molto contenuto, ottenendo rendimenti in grado quantomeno di compensare l’inflazione.

Con l’inflazione italiana attestata al 3% annuo, tenere il capitale fermo sul conto per prudenza significa perdere con certezza quel 3% ogni anno. Applicato ai 1.600 miliardi di euro citati, il calcolo porta a circa 48 miliardi di euro di perdita annua complessiva per i risparmiatori italiani. Non investire, in questo contesto, non è una scelta prudente: è una perdita di potere d’acquisto garantita. Ognuno dovrà individuare la soluzione più adatta alla propria situazione, ma le strade percorribili per proteggere il capitale sono numerose.

Le soluzioni per il breve termine

Per chi gestisce liquidità con un orizzonte di breve o brevissimo periodo e una tolleranza al rischio molto bassa, esistono diverse alternative concrete al conto corrente.

I conti deposito restano tra gli strumenti più diffusi in Italia, ma vanno valutati con attenzione: spesso i tassi più interessanti sono promozionali e validi solo per un periodo limitato, possono prevedere vincoli o penali in caso di uscita anticipata, e i rendimenti sono sempre tassati al 26%.

Per chi cerca la massima prudenza, con capitale sostanzialmente garantito, gli ETF monetari rappresentano un’opzione a rischio pressoché nullo, con rendimenti attuali intorno al 2,5% annuo. È però importante verificare il regime fiscale applicato: alcuni ETF monetari sono tassati al 12,5%, altri al 26%. Un’alternativa sono i titoli di Stato a breve termine, sempre tassati al 12,5%, oppure le obbligazioni societarie quotate in Borsa, che offrono rendimenti superiori ma sono soggette all’aliquota del 26%.

Scegliendo scadenze comprese tra pochi mesi e uno o due anni, è possibile arrivare a rendimenti fino al 3,5% circa. Sia gli ETF monetari sia le obbligazioni quotate hanno inoltre il vantaggio di poter essere rivendute in qualsiasi momento, un elemento importante per chi potrebbe aver bisogno della liquidità prima della scadenza naturale, situazione che invece i conti deposito non sempre gestiscono con la stessa flessibilità, per via di vincoli o penali di uscita. In sintesi, gli strumenti da considerare per gestire la liquidità in sicurezza restano ETF monetari, BOT, titoli di Stato e obbligazioni a breve termine.


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Nota sulla redazione: Questo articolo è stato elaborato con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per finalità di assistenza redazionale ed è stato verificato e approvato dalla redazione prima della pubblicazione.

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