Pubblicato il 6 agosto 2026 su Punti di vista sul mercato

Olio extravergine, Unapol lancia l’allarme: “Settore paralizzato, senza aiuti si rischia il collasso della prossima raccolta”

L’intera filiera olivicola italiana chiede a gran voce il riconoscimento dello stato di crisi. L’Unapol (Unione Nazionale Associazioni Produttori Olivicoli) ha formalizzato la richiesta attraverso un’appello al Ministero dell’Agricoltura, sostenuta dagli assessori all’agricoltura di Puglia e Calabria, Francesco Paolicelli e Gianluca Gallo. A fare da apripista era stato il sottosegretario Patrizio La Pietra, che nelle scorse settimane aveva ascoltato le istanze della filiera e delineato alcuni interventi tampone, ancora in attesa di essere concretizzati.

Secondo il presidente di Unapol, Tommaso Loiodice, la situazione è ormai insostenibile: il mercato rischia la paralisi e molti operatori mettono in dubbio la possibilità stessa di effettuare la prossima raccolta, ormai imminente.

Le cause della crisi: un perfetto uragano

All’origine della crisi si intrecciano tre fattori convergenti.

Il primo è il surplus di prodotto invenduto. Le cisterne di frantoi e cooperative sono ancora piene dell’olio della scorsa campagna, che non ha trovato collocazione sul mercato. Questa eccedenza ha trascinato verso il basso le quotazioni, creando un circolo vizioso: più olio resta invenduto, più i prezzi si comprimono e meno le aziende riescono a recuperare liquidità.

Il secondo fattore è il crollo dei prezzi. Le quotazioni dell’extravergine italiano sono scese in modo drammatico: in alcune zone della Puglia il calo ha superato il 50% in un anno, mentre il prezzo medio all’origine è sceso da 9,60 a circa 5,77 euro al chilogrammo. In alcuni casi, l’olio extravergine viene scambiato attorno ai 4,50 euro al chilogrammo, circa il 30% in meno rispetto alle rilevazioni di maggio. Un livello che rende impossibile coprire i costi di produzione.

Il terzo fattore è l’impennata dei costi di produzione. Mentre i prezzi crollavano, le aziende si sono trovate a fare i conti con l’aumento dei costi energetici, della manodopera e dei servizi necessari alla trasformazione e alla commercializzazione. Una tenaglia che ha eroso qualsiasi margine residuo.

Un circolo vizioso tra debiti e crediti

La crisi dei prezzi si riverbera in modo drammatico sui bilanci delle imprese. Molte aziende, cooperative e frantoi avevano acquistato olive e olio all’inizio della scorsa stagione a quotazioni elevate, tra i 9 e i 10 euro al chilogrammo, confidando in una successiva valorizzazione del prodotto. Oggi si trovano a dover vendere in perdita, quando riescono a vendere.

Il problema è aggravato dal ricorso al credito bancario. Come spiega Loiodice, “i produttori e i trasformatori hanno fatto degli investimenti ricorrendo al credito bancario e oggi le banche chiedono loro il rientro del capitale”. Le aziende si trovano così a dover restituire i finanziamenti senza aver ancora monetizzato le produzioni, in attesa di capitalizzare il lavoro non di un anno ma di 18 mesi.

La concorrenza sleale e il falso Made in Italy

A complicare ulteriormente il quadro c’è la concorrenza dei Paesi esteri. Secondo Unapol, l’Italia produce 234 milioni di litri di olio extravergine all’anno, ma ne consuma 461 milioni, ne esporta 318 milioni e ne importa 545 milioni. Una sproporzione che indica chiaramente come una parte significativa dell’olio venduto come italiano non possa esserlo realmente.

La norma sull'”ultima trasformazione sostanziale”, che consente di attribuire origine italiana a un prodotto estero dopo una lavorazione minima, è considerata una delle principali porte d’ingresso delle frodi. Unapol chiede quindi una riflessione seria con la Comunità Europea per contrastare queste pratiche sleali.

Cosa cambierebbe con lo stato di crisi

Il riconoscimento dello stato di crisi non è una formalità burocratica, ma potrebbe attivare una serie di misure finanziarie straordinarie in grado di dare respiro al comparto. Tra le richieste avanzate dalle associazioni del settore figurano l’istituzione di un Fondo Interessi che copra fino al 100% degli oneri finanziari sostenuti dalle imprese nel 2026, la concessione di strumenti agevolati di accesso al credito e misure di sostegno alla liquidità.

Le organizzazioni sollecitano anche l’avvio di una campagna istituzionale di comunicazione dedicata all’olio extravergine e il rafforzamento dei controlli sulle importazioni.

L’appello alla Grande Distribuzione e ai consumatori

Un ruolo cruciale, secondo Loiodice, potrebbe essere giocato dalla Grande Distribuzione Organizzata. “È necessario rilanciare il mercato della vendita e le contrattazioni con azioni di promozione”, afferma il presidente di Unapol. “L’olio andrebbe acquistato preferendo il 100% italiano di qualità. Penso che in questo momento un po’ di sano nazionalismo da parte di tutti non guasterebbe”.

Il tempo stringe: la prossima campagna è alle porte

Con la nuova campagna olearia ormai imminente, il fattore tempo è diventato critico. Se i frantoi non riusciranno a smaltire le giacenze e a recuperare liquidità, il rischio è che non siano in grado di ritirare le olive dai produttori. In quel caso, la crisi si estenderebbe rapidamente all’intera filiera, coinvolgendo olivicoltori, lavoratori e territori. Molti produttori potrebbero trovarsi costretti a rinunciare alla raccolta per evitare costi non sostenibili, con il paradosso di lasciare le olive sugli alberi.


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