ELTIF e Mercati Privati per tutti: ecco i rischi da non sottovalutare
Pubblico e privato si avvicinano. È una delle trasformazioni più profonde nell’industria del risparmio gestito: gli asset privati non sono più un’esclusiva degli investitori istituzionali. In Europa, il veicolo principale di questa democratizzazione è l’ELTIF (European Long-Term Investment Fund), nella sua versione 2.0. Ma attenzione: le opportunità sono reali, ma le promesse eccessive e i rischi nascosti sono altrettanto concreti.
La crescita dei fondi semiliquidi
La nuova normativa ha rimosso molti ostacoli: investimenti minimi più bassi, maggiore flessibilità sugli asset eleggibili, e soprattutto l’introduzione dei fondi evergreen (o semiliquidi), a durata indefinita con finestre di entrata e uscita predeterminate. Il risultato? Dal 2024 sono stati autorizzati 189 nuovi prodotti, circa la metà in struttura evergreen. Giganti come Apollo e KKR sono entrati nel settore. Tuttavia, il mercato resta ancora piccolo e frammentato: Morningstar stima circa 100 ELTIF evergreen attivi, con masse complessive intorno ai 10 miliardi di euro a fine 2025. Per confronto, negli Stati Uniti i semiliquidi gestiscono già circa 500 miliardi di dollari.
Tre condizioni necessarie (non per tutti)
Investire in questi fondi richiede prerequisiti che non tutti possiedono.
Pazienza. L’illiquidità è strutturale. Le finestre di riscatto sono limitate e possono essere soggette a restrizioni. Bloccare i propri risparmi per anni non è per tutti, né dal punto di vista finanziario né psicologico.
Un premio adeguato. Senza un rendimento extra che compensi l’illiquidità e la complessità, perché investire? Ma quantificare questo premio è difficile. I fondi evergreen, dovendo mantenere una quota liquida (tipicamente 15-30% del patrimonio), spesso non riescono a catturarlo pienamente.
Capacità di selezionare i gestori. Negli alternativi, la dispersione dei rendimenti tra fondi è elevata. Scegliere l’asset manager sbagliato può costare caro. La due diligence non è opzionale.
Un ruolo (limitato) in portafoglio
I fondi semiliquidi non sono proiettili d’argento. Il private equity è spesso correlato ai mercati azionari pubblici, soprattutto nelle crisi. Il credito privato assomiglia molto all’high yield obbligazionario. In generale, questi strumenti tendono ad ampliare l’esposizione ai rischi di mercato, non a diversificarla.
Inoltre, misurare il rischio è complicato: la bassa volatilità apparente dei rendimenti è artefatta dall’assenza di quotazioni in tempo reale, non riflette un rischio inferiore.
Per integrarli in portafoglio servono aspettative realistiche, verifica dell’allineamento tra struttura del fondo e profilo dell’investitore, prudenza nella quota illiquida e un approccio olistico.
Occhio ai costi (e al primo gating)
I veicoli semiliquidi sono più cari di quelli tradizionali. Ma il vero problema è la complessità delle commissioni: performance fee con hurdle rate troppo bassi, doppi livelli di costo, fee di transazione. Capire quanto si pagherà effettivamente è spesso un’impresa.
Infine, la liquidità reale non è ancora stata testata su larga scala. Ma il primo campanello d’allarme è arrivato: Greenman Open, un ELTIF evergreen immobiliare tedesco, ha sospeso i riscatti nell’ultimo trimestre del 2025. Un segnale che la trasparenza non è un optional, ma l’unica vera difesa.
In conclusione, i mercati privati per tutti sono un’opportunità, ma non un’illusione solo se l’investitore è consapevole, seleziona con rigore e non si lascia abbagliare dalle promesse di rendimenti facili.
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