Wall Street, il peggior trimestre in quattro anni: guerra, petrolio e addio ai tagli dei tassi
Le aspettative per il 2026 erano altissime. A inizio anno, Wall Street si preparava a quello che molti analisti prevedevano come un anno straordinario: crescita economica in accelerazione, Federal Reserve pronta a tagliare i tassi e un mercato finalmente in grado di allargarsi oltre i grandi nomi della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. I target per l’S&P 500 oscillavano tra 7.100 e 8.100 punti.
Poi è arrivata la guerra.
E così, dopo soli tre mesi, i mercati azionari statunitensi si apprestano a chiudere il peggior trimestre in quasi quattro anni. Un bilancio impietoso, che ha spazzato via in poche settimane le speranze costruite nei mesi precedenti.
Numeri da incubo
Il Nasdaq, a forte componente tecnologica, è scivolato in territorio di correzione il 26 marzo, registrando un calo del 10% rispetto ai precedenti massimi. Il giorno successivo, anche il Dow Jones – il barometro dell’economia reale che a febbraio aveva festeggiato il superamento dei 50.000 punti – ha seguito la stessa sorte. L’S&P 500 ha cancellato tutti i guadagni degli ultimi sette mesi. E non è bastato il rally dell’ultima seduta del trimestre a ribaltare la situazione.
Il punto di svolta è stato il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato una serie di attacchi contro l’Iran. Da quel momento, come ricorda Barron’s, i prezzi del petrolio sono schizzati del 55%, l’oro è entrato in caduta libera e i rendimenti obbligazionari sono saliti bruscamente. Le catene di approvvigionamento di materie prime fondamentali – dall’alluminio all’urea – sono andate in tilt, alimentando i timori di una nuova fiammata inflazionistica.
Il crollo delle attese sui tassi
Prima dello scoppio del conflitto, i mercati prezzavano quasi all’80% la probabilità di due tagli dei tassi da parte della Fed entro fine anno. Oggi quella probabilità è crollata a meno del 2%. Un ribaltamento radicale, che fotografa la rapidità con cui lo scenario economico è cambiato.
“Se un conflitto prolungato significa che non vedremo più un solo barile di petrolio uscire dal Golfo, andremo incontro a una recessione globale”, ha dichiarato David Kelly, chief market strategist di J.P. Morgan Asset Management, aggiungendo tuttavia di ritenere che entrambe le parti cercheranno alla fine una via d’uscita.
Anche Larry Fink ha lanciato l’allarme. Il CEO di BlackRock teme che, se l’Iran dovesse restare una minaccia persistente, il mondo potrebbe affrontare anni con il petrolio stabilmente oltre i 100 dollari al barile, con conseguenze “di recessione profonda e brusca”.
L’unica eccezione: il settore energetico
In un panorama quasi interamente rosso, c’è una sola eccezione. Il settore energetico dell’S&P 500 segna un +39% da inizio anno, sulla strada del miglior trimestre mai registrato. Un rally speculare alla corsa del greggio, che premia chi ha scommesso sulle compagnie petrolifere mentre il resto del mercato affondava.
La strategia 60/40 non consola
La tradizionale strategia di portafoglio 60/40 (60% azioni, 40% obbligazioni) offre scarse consolazioni. Il crollo dei Treasury, il peggiore dall’aprile 2025, fa sì che chi detiene obbligazioni stia perdendo quasi quanto chi è investito solo in azioni. Nessun rifugio, almeno per ora, si è rivelato sicuro.
E in Europa?
La situazione dei mercati azionari europei è simile, seppure con risultati più dispersi. Il Dax tedesco cede oltre il 7% da inizio anno, l’EuroStoxx 50 e il Cac40 francese circa il 4%, il Ftse Mib italiano oltre il 2%. Solo il Ftse 100 britannico si mantiene in terreno positivo, con un +2%.
Ma anche uscendo dal mondo dell’equity, i risultati restano in rosso. L’oro, bene rifugio per eccellenza, dai massimi di fine gennaio sopra i 5.500 dollari l’oncia ha perso quasi il 20% . Una correzione violenta, che dimostra come nemmeno gli asset tradizionalmente difensivi stiano offrendo protezione in questa fase.
Le prospettive
Molti analisti mantengono per ora i loro obiettivi di rendimento moderatamente positivi per l’anno, ma con una condizione esplicita: che il conflitto sia di breve durata e l’impatto sull’economia globale rimanga contenuto. Un’ipotesi che, ogni giorno che passa, appare sempre meno scontata.
Il peggior trimestre in quattro anni è ormai alle spalle. Ma la domanda che tutti si pongono è se i prossimi tre mesi potranno riservare una ripresa o se, come temono molti, il peggio deve ancora arrivare.
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