Pubblicato il 20 marzo 2026 su Punti di vista sul mercato

Guerra in Iran, perché Wall Street tiene? Resilienza, petrolio e la scommessa degli investitori

Mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran entra nella sua seconda settimana, Wall Street continua a mostrare un volto sorprendentemente sereno. Certo, i listini hanno accusato il colpo: l’indice Morningstar US Market ha chiuso la settimana con un calo dell’1,6%, e dall’inizio della guerra la perdita complessiva si attesta intorno al 4,2%. Ma considerando la portata degli eventi, si tratta di numeri che molti analisti definiscono “incredibilmente resilienti”.
Come si spiega questa tenuta? E quanto potrà durare?

I fondamentali che tengono

La prima risposta arriva da Anthony Saglimbene, chief market strategist di Ameriprise Financial: “I listini USA hanno dato prova di un’incredibile resilienza, e la ragione principale sono i solidi fondamentali che avevamo già prima dell’inizio del conflitto”.

Il quadro era effettivamente positivo: utili societari in crescita, economia robusta, inflazione in graduale rallentamento, mercato del lavoro solido. In altre parole, l’economia americana è entrata in questa fase di incertezza “in condizioni piuttosto buone”, e questo ha funzionato da ammortizzatore. Ma la domanda successiva è obbligata: per quanto tempo questi fondamentali potranno continuare a proteggere i mercati?

Petrolio, la variabile che tutto determina

Secondo Olaolu Aganga, head of portfolio construction di Citi Wealth, l’impatto della guerra sui listini è “direttamente correlato al petrolio”. Basta guardare i numeri per capirlo.

I titoli del settore energetico sono stati i grandi protagonisti in positivo, con un rialzo dell’1,88% nell’ultima settimana e del 3,23% dall’inizio del conflitto. All’estremo opposto, i servizi finanziari hanno sofferto di più, perdendo il 3,37%.

Il prezzo del greggio racconta la stessa storia. Il WTI ha chiuso la settimana a 98 dollari al barile, in netto rialzo rispetto ai 65 dollari pre-guerra. Dopo un temporaneo calo a inizio settimana, seguito alle dichiarazioni ottimistiche di Trump su una rapida conclusione del conflitto, le quotazioni sono tornate a salire con l’intensificarsi dei combattimenti.

“Sembra un movimento contenuto guardando i numeri generali, ma se si osserva più da vicino si nota una maggiore dispersione all’interno dei singoli settori”, spiega Aganga. In altre parole, la calma apparente nasconde movimenti profondi e differenziati.

Volatilità in agguato

Se il passato prossimo è stato sorprendentemente stabile, il futuro immediato potrebbe riservare sorprese. Jeff Schulze, head of economic and market strategy di ClearBridge Investments, mette in guardia: “Finché non si avrà un quadro chiaro della durata dell’interruzione delle forniture di greggio, riteniamo che i mercati tenderanno al ribasso”.

Le ragioni sono presto dette: previsioni di crescita più modeste, aspettative di inflazione in aumento, e una Federal Reserve che resta in attesa di capire come le turbolenze dei prezzi energetici si rifletteranno sui dati economici. “Continueremo ad assistere a una certa volatilità nelle prossime due settimane”, prevede Schulze.

Sul fronte obbligazionario, il dato è eloquente: lo yield dei Treasury americani a 10 anni è salito dal 4,198% di lunedì al 4,286% di venerdì, segno che gli investitori stanno già ricalibrando le proprie aspettative su inflazione e crescita.

Le prospettive a lungo termine

Eppure, nonostante le tensioni, molti operatori di Wall Street mantengono una visione positiva sul lungo periodo. La tesi è che le stesse forze che hanno garantito stabilità finora – utili robusti e crescita sostenuta – potrebbero continuare a sostenere il mercato.

“La nostra ipotesi di base è che l’impatto dei rischi geopolitici si attenuerà col passare del tempo”, afferma Aganga, richiamando la reazione dei mercati ad altri shock simili nella storia. La sfida, riconosce, è che nessuno può prevedere quanto durerà questa fase di instabilità. “Più sarà lunga e protratta, maggiore sarà l’impatto negativo”.

Schulze di ClearBridge aggiunge un elemento di ottimismo: “Considerando la nostra opinione secondo cui quest’anno l’economia statunitense sarà piuttosto solida, nonostante i prezzi elevati del petrolio, riteniamo che alla fine gli investitori non ne terranno conto”.

Per ora, Wall Street tiene. Ma con il petrolio che vola e le incertezze che si accumulano, la resilienza dei listini verrà messa alla prova giorno dopo giorno. La prossima settimana, con i nuovi dati macro e l’evoluzione del conflitto, potrebbe già dire molto su quanto questa calma apparente sia destinata a durare.



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