Pubblicato il 12 marzo 2026 su Punti di vista sul mercato

Inflazione USA, petrolio e guerra: perché la Fed resta con le mani legate (almeno per ora)

Negli Stati Uniti, l’inflazione continua a dare segnali contrastanti. A febbraio, l’indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,3% su base mensile e del 2,4% su base annua, esattamente in linea con le attese del consensus. Bene anche l’indice core, che esclude cibo ed energia, cresciuto rispettivamente dello 0,2% e del 2,5%. Numeri che, sulla carta, non dovrebbero preoccupare più di tanto.
Ma c’è un dettaglio cruciale: questi dati fotografano l’economia americana prima dell’inizio del conflitto in Iran. E il petrolio, nel frattempo, è schizzato. Per questo, l’attenzione degli investitori si è già spostata altrove: sul report di marzo, sul PCE di venerdì (la misura “preferita” della Fed) e, soprattutto, sull’andamento del barile nelle prossime settimane.

Il nodo dei tassi: nessuna mossa a marzo, tagli sempre più incerti

La riunione del FOMC del 18 marzo è già segnata: secondo il CME FedWatch, quasi il 100% degli investitori sconta un nuovo stop sui tassi. Un mese fa, c’era ancora un 18% di speranze per un taglio. Oggi, quelle speranze sono svanite.
Ma il punto non è tanto la riunione di marzo, quanto cosa succederà dopo. “È probabile che i mercati non attribuiscano troppo peso ai dati di febbraio e mantengano lo sguardo puntato sull’andamento dei prezzi energetici e sulle tensioni geopolitiche”, spiega Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm. Il conflitto in Iran, con i suoi riflessi sul prezzo del greggio, avrà un ruolo cruciale nel determinare i prossimi passi della banca centrale.
Le aspettative sui tagli per il 2026 si sono già ridimensionate. “Dalle precedenti stime di due o tre riduzioni da 25 punti base, si è passati a prevederne solo una o due”, precisa Flax. Uno slittamento significativo, che cambia lo scenario per i mercati.

Il nodo gordiano della Fed (e il fattore Warsh)

C’è un’altra variabile che potrebbe complicare i piani della banca centrale. John Kerschner, global head of securitized products di Janus Henderson Investors, mette in guardia sul PCE di venerdì. La misura potrebbe rivelarsi peggiore del CPI di febbraio, arrivando addirittura a superare il 3%. E la cosa più preoccupante, avverte, è che andrebbe nella direzione sbagliata.
“In media, il PCE è storicamente inferiore al CPI di circa 50 punti base. Oggi assistiamo a un ribaltamento di questo rapporto, con il PCE che è superiore al CPI di circa 50 punti base”, spiega Kerschner. Una situazione paradossale, considerando che la Fed stessa ha definito pubblicamente il PCE la sua misura “preferita” dell’inflazione.
E qui si inserisce il delicato momento di transizione ai vertici della banca centrale. “Jerome Powell ha una certa copertura, dato che il suo mandato scade a maggio”, osserva l’esperto. “Ma il nuovo presidente Kevin Warsh si troverà di fronte a una decisione difficile in merito al taglio dei tassi, soprattutto se il mercato del lavoro continuerà a seguire un andamento debole”. Un rebus non da poco per chi si appresta a prendere le redini dell’istituzione.

Petrolio, la variabile che cambia tutto

Quanto alla corsa del greggio, anche se si trattasse di un fenomeno temporaneo, Kerschner si aspetta comunque che il prezzo si assesti a un livello leggermente superiore rispetto a quello di due settimane fa. E qui entra in gioco una regola empirica utile per gli investitori.
“Un aumento del 10% del prezzo del barile fa salire l’inflazione complessiva di 20-30 punti base”, ricorda. Questo significa che, nonostante il report di febbraio conceda un po’ di sollievo al mercato, “nei prossimi mesi potremmo trovarci di fronte a dati sui prezzi piuttosto negativi”.
La domanda, a quel punto, sarà se la Fed sceglierà di ignorarli o meno. “Se sarà in grado di farlo”, aggiunge Kerschner, lasciando intendere che la pressione politica e di mercato potrebbe diventare molto forte.
Per ora, la banca centrale osserva e aspetta. Con un occhio ai dati (quelli veri, non quelli già scontati) e l’altro puntato sull’Iran. Perché in questa fase, la variabile geopolitica conta almeno quanto i numeri dell’economia reale.


Fonte: Link


I suggerimenti di Fundstore

Il capitale non investito è soggetto a svalutazione dovuto a inflazione e altri fattori. In attesa del momento giusto per investire, Fundstore ti mette a disposizione un Conto Corrente Web che remunera il tuo capitale a un tasso vantaggioso, senza vincoli e senza limiti. Inizia a risparmiare oggi, scopri di più cliccando Qui

Fundstore Team

Il nostro gruppo di lavoro. Pubblichiamo articoli inerenti il funzionamento e le novità di Fundstore e facciamo una selezione del materiale più interessante che riceviamo dalle società di gestione.

Investi con Fundstore

Grazie a Fundstore puoi investire in modo semplice, autonomo, veloce e a costo zero.