CEO Goldman Sachs: “Due settimane per capire la guerra in Iran. L’economia USA tiene, ma sono preoccupato per il Credito Privato”
Ci vorranno un paio di settimane. Tanto, secondo David Solomon, ceo di Goldman Sachs, servirà agli investitori per metabolizzare davvero le conseguenze della guerra in Iran e capire come orientarsi in uno scenario geopolitico che, per ora, i mercati sembrano aver accolto con sorprendente mitezza.
Intervenuto a un vertice economico a Sydney, uno dei banchieri più ascoltati di Wall Street si è detto sinceramente stupito dalla reazione “benevola” registrata finora sui listini. È vero, il petrolio e il gas sono schizzati, il dollaro si è ripreso il ruolo di bene rifugio e gli indici azionari hanno accusato qualche colpo. Ma le perdite, tutto sommato, sono rimaste contenute. Una reazione che, agli occhi di Solomon, sembra più una pausa di riflessione che un vero e proprio panico.
“Troppe incognite, i mercati hanno bisogno di tempo”
“Osservo la reazione dei mercati e sono effettivamente sorpreso che sia stata più benigna di quanto si potrebbe pensare, considerando la portata di questo evento”, ha esordito Solomon. La sua spiegazione è che i mercati tendono a reagire in modo attenuato agli shock geopolitici, a meno che questi non abbiano un impatto diretto e immediato sulla crescita economica.
Finora, ha spiegato, non si è visto quell'”effetto cumulativo” che in passato ha trasformato tensioni locali in crisi globali. Ma questo non significa che non arriverà. “Le incognite sono molte”, ha avvertito. “Penso che ci vorranno un paio di settimane prima che i mercati digeriscano davvero le implicazioni di ciò che è accaduto, sia a breve che a medio termine. Io stesso non posso fare ipotesi su come andrà a finire”.
Economia USA: solida, ma attenzione al surriscaldamento
A sostenere la tenuta degli indici, secondo il numero uno di Goldman, è soprattutto la solidità dell’economia americana. Mettendo da parte per un momento il Medio Oriente, Solomon ha dipinto un quadro piuttosto positivo degli Stati Uniti, dove una combinazione di fattori macro favorevoli sta rendendo la traiettoria di crescita “piuttosto interessante”.
Tra questi, ha citato in particolare il ciclo monetario più accomodante avviato dalla Federal Reserve e il significativo allentamento delle pratiche regolatorie, che hanno mantenuto l’attività economica in buona salute. Ma ha anche lanciato un avvertimento: “C’è una ragionevole probabilità che quest’anno l’economia statunitense si surriscaldi un po’. E con questo, è possibile che l’inflazione possa finire per essere leggermente superiore alle aspettative”. Un’ipotesi che, se confermata, potrebbe costringere la Fed a rivedere i piani di taglio dei tassi.
La preoccupazione per il credito privato
Se l’economia reale regge, sul fronte finanziario Solomon ammette di avere qualche motivo di preoccupazione. I portafogli di credito privato negli Stati Uniti si sono finora rivelati “generalmente piuttosto solidi”, ma il timore è che un prolungato ciclo di espansione possa aver indebolito gli standard di prestito.
“Questi standard si abbassano perché c’è concorrenza per l’impiego di capitali”, ha spiegato. “Sono un po’ preoccupato per questo. Quando avremo un rallentamento, se avremo una recessione, avremo maggiore visibilità sui settori in cui gli standard di prestito sono peggiorati”. In altre parole, la qualità del credito si misura davvero solo quando arriva la tempesta. E fino a quel momento, è difficile sapere chi ha nuotato nudo.
AI e occupazione bancaria: più produttività, non meno posti
Infine, Solomon ha toccato il tema che domina ogni discussione sul futuro del lavoro: l’intelligenza artificiale. Goldman Sachs ha appena firmato un accordo con Anthropic per sviluppare agenti AI in grado di automatizzare processi come l’onboarding dei clienti. E gli effetti sui lavoratori della banca, ha ammesso, saranno “complicati” nel breve periodo.
Ma la sua visione di lungo termine è sorprendentemente ottimista. “Non mi metterò a speculare e a dire che i numeri dei dipendenti saranno esattamente questi, anche perché non li rendiamo pubblici. Ma quello che stiamo cercando di fare è creare più capacità per spostare le persone in altre aree”, ha spiegato. “Il numero dei dipendenti non sarà necessariamente molto diverso: sarà semplicemente più produttivo”.
Un messaggio rassicurante per chi teme che l’AI possa cancellare intere categorie professionali. Nella visione di Solomon, la tecnologia non ridurrà l’occupazione bancaria, ma la trasformerà, rendendo ogni lavoratore più efficiente e liberando risorse per attività a maggior valore aggiunto. Un’idea che, se applicata su larga scala, potrebbe valere molto più di qualsiasi previsione sul prezzo del petrolio.
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