Pubblicato il 21 gennaio 2026 su Punti di vista sul mercato

USA pronti a tornare leader nel 2026, secondo Fidelity

Dopo un 2025 anomalo, in cui i mercati azionari globali hanno sovraperformato Wall Street di quasi 15 punti percentuali, il 2026 potrebbe segnare un’inversione di tendenza. Secondo Denise Chisholm, director of quantitative market strategy di Fidelity Investments, le azioni statunitensi hanno le condizioni giuste per tornare a guidare la performance globale. Dal 2009, i listini USA hanno battuto il resto del mondo in 12 anni su 16, come misurato dal confronto tra gli indici Morningstar US Markets e Global Markets ex-US. La sottoperformance dello scorso anno è quindi più un’eccezione che un cambio strutturale.

Utili in ripresa, nonostante valutazioni elevate

Uno dei punti centrali dell’analisi di Chisholm riguarda gli utili. Negli Stati Uniti, la crescita degli utili ponderati per capitalizzazione ha iniziato a recuperare già dal 2022, sostenendo il rally degli indici. Più indietro, invece, la crescita degli utili della società “mediana”, che solo ora sta mostrando segnali di ripresa. Questo divario tra big player e resto del mercato spiega perché le valutazioni elevate non siano necessariamente un campanello d’allarme. Secondo Chisholm, è proprio questa fase di riaccelerazione degli utili mediani a rendere il ciclo attuale diverso dal passato e a creare le condizioni per una leadership più ampia del mercato USA, non limitata alle sole mega-cap tecnologiche.

Tre fattori chiave a favore di Wall Street

A sostenere lo scenario positivo concorrono tre elementi. Il primo è il taglio dell’aliquota fiscale effettiva, scesa intorno al 7%, un livello storicamente associato a un aumento della fiducia dei CEO e a una crescita degli utili più duratura nei due o tre anni successivi. Il secondo fattore è la discesa dei tassi di interesse. Se per le grandi aziende l’impatto è più limitato, per small e mid cap il costo del capitale più basso rappresenta un potente stimolo agli utili futuri. Il terzo elemento, spesso sottovalutato, è il calo a doppia cifra del prezzo del petrolio. Un’energia più economica riduce l’inflazione, alleggerisce la pressione sulla Federal Reserve e migliora direttamente la struttura dei costi delle imprese.

Dazi, politica e rumore di fondo

Le incertezze legate alla politica commerciale e ai dazi non vengono ignorate, ma Chisholm invita a ridimensionarne l’impatto. Guardando alla storia, aumenti fiscali o misure assimilabili a imposte indirette non hanno innescato recessioni né compromesso in modo duraturo i mercati azionari. Anche sul fronte del commercio globale, i dati mostrano che le azioni hanno più spesso continuato a salire che a scendere. Per l’analista di Fidelity, il vero rischio non è l’attuale contesto, bensì una fase futura in cui tutti gli indicatori diventassero “troppo perfetti”, con utili in accelerazione eccessiva, spread creditizi compressi e mercati privi di timori. Al momento, però, questo scenario non si è materializzato.

Perché gli USA possono battere l’estero

Secondo Chisholm, l’azionario globale appare oggi una classica “trappola di valore”. Storicamente, quando i mercati internazionali scambiano a multipli più bassi rispetto agli USA, la probabilità che sovraperformino diminuisce. Anche depurando l’analisi dal peso del settore tecnologico, le aziende statunitensi mostrano una crescita degli utili superiore rispetto alle controparti europee ed emergenti. Un divario che, ciclo dopo ciclo, tende ad ampliarsi.

Settori da privilegiare e da evitare

Tra i comparti meno discussi ma più interessanti, Chisholm cita i finanziari, che offrono una correlazione negativa con la tecnologia e hanno mostrato una sorprendente solidità in ogni quinquennio successivo alla crisi finanziaria globale. Tecnologia e semiconduttori restano invece lontani da una dinamica di bolla: a differenza del 1999, oggi la crescita del free cash flow supera ampiamente gli investimenti in conto capitale. Più cautela, invece, sul settore energetico. L’eccesso di capacità produttiva e margini ancora troppo elevati rispetto alla media storica rendono il profilo rischio-rendimento poco attraente per il 2026, soprattutto in un contesto di offerta abbondante.

Uno scenario costruttivo, ma non euforico

In sintesi, per Fidelity il 2026 potrebbe riportare Wall Street al centro della scena. Utili in ripresa, politica monetaria più accomodante e costi energetici più bassi creano un contesto favorevole. Non un mercato privo di rischi, ma uno scenario in cui, guardando ai dati storici e ai fondamentali, le azioni statunitensi sembrano avere ancora qualcosa in più rispetto al resto del mondo.

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